L’amministrazione Trump definisce Chicago e Portland “zone di guerra” per giustificare l’invio dell’esercito, anche se democratici e giudici federali USA denunciano l’abuso di potere.
Il 5 ottobre, l’amministrazione Trump ha descritto Chicago come una “zona di guerra”, giustificando così l’invio di truppe della Guardia nazionale. La misura, fortemente contestata, arriva mentre anche Portland (Oregon) vede lo schieramento di soldati nonostante due decisioni contrarie di una giudice federale.
Chicago è una zona di guerra e lui mente affinché i criminali possano rafforzarsi e distruggere le vite degli abitanti
ha dichiarato la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem in un’intervista a Fox News, accusando il sindaco Brandon Johnson di “favorire il caos”.
Johnson, esponente democratico, ha definito l’intervento “un atto incostituzionale”, mentre cresce la preoccupazione per l’uso sempre più politico delle forze federali da parte dell’amministrazione.
Trump e il delirio delle “zone di guerra” legate alla droga e alle proteste
Secondo Noem, la decisione di Trump si fonda su “prove” che collegherebbero bande criminali e cartelli della droga a “gruppi di manifestanti pagati” per ostacolare gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione.
Il giorno precedente, 4 ottobre, la Casa Bianca aveva confermato l’invio di trecento membri della Guardia nazionale a Chicago, ufficialmente per “proteggere agenti e beni federali”. Ma per i democratici si tratta di una strategia elettorale. Il senatore Dick Durbin, dell’Illinois, ha accusato Trump di
non voler combattere la criminalità, ma creare un clima di paura.
Le reazioni dei governatori: “un’invasione di Trump”
Il governatore dell’Illinois J.B. Pritzker ha denunciato la decisione come “un’invasione federale”, affermando che
non esistono motivi per inviare soldati in uno Stato senza il consenso delle autorità locali
Pritzker ha dichiarato in un comunicato ufficiale:
È lui a trasformare Chicago in una zona di guerra!
chiedendo il ritiro immediato della Guardia nazionale. Chicago è la quinta città democratica in cui Trump ha ordinato la presenza di truppe federali, un’azione senza precedenti nella storia recente del Paese.
Portland, la giudice federale blocca l’operazione
A Portland, nell’Oregon, la situazione è ancora più controversa. La giudice federale Karin J. Immergut ha bloccato per due volte (il 4 e 5 ottobre) l’invio della Guardia nazionale, sottolineando che in città “non esiste alcuna insurrezione né minaccia alla sicurezza nazionale”. Nonostante le ordinanze, 101 soldati californiani sono arrivati comunque a Portland.
La governatrice Tina Kotek ha confermato il dispiegamento, costringendo la giudice a emettere una seconda decisione restrittiva. Il procuratore generale dell’Oregon, Dan Rayfield, ha accusato Trump di “aggirare lo stato di diritto” e di “giocare con i contingenti della Guardia nazionale per fini politici”.
Anche il governatore della California, Gavin Newsom, ha parlato di “abuso di potere”, denunciando la violazione dell’autonomia degli Stati federati.
Trump sostiene che “Portland sta bruciando”
Il presidente, che il 30 settembre aveva promesso di “usare l’esercito contro il nemico interno”, ha dichiarato che “Portland sta bruciando, ci sono insorti dappertutto”. Parole che, per i democratici, mirano a alimentare la percezione di emergenza per legittimare una militarizzazione mai vista in tempi di pace.
Un sondaggio della CBS pubblicato il 5 ottobre mostra che il 58% degli americani si oppone all’invio della Guardia nazionale nelle città, segno di una spaccatura profonda tra la Casa Bianca e l’opinione pubblica.
Dietro la retorica della “zona di guerra” si cela una strategia più ampia: costruire consenso politico sulla paura. Trump, in piena campagna elettorale, punta a presentarsi come il garante dell’ordine, mentre le città governate dai democratici vengono dipinte come teatri di caos e insicurezza. Ma per molti osservatori, la scelta di sfidare apertamente i tribunali federali e le autorità locali rischia di spostare la crisi dal piano dell’ordine pubblico a quello costituzionale.
Maria Paola Pizzonia





