Il carismatico palleggiatore di Piacenza Matteo Paris ci racconta la sua carriera, il rapporto con la famiglia e l’attuale situazione di molti atleti

Matteo Paris è stato per il secondo anno consecutivo il palleggiatore del Gas Sales Piacenza. La sua carriera è un’emozionante e graduale escalation, con momenti chiave che lo hanno portato sempre più in alto.

Lo incontriamo oggi, in una situazione comune a molti giocatori di serie A, maschile e femminile. Impossibilitato a rientrare, causa disposizioni Covdi-19. Lontano dalla famiglia.

Matteo Paris
Matteo con la medaglia d’argento vinta in Champions League con la maglia di Perugia

Il tuo percorso sportivo è stata una vera e propria scalata

Ho iniziato a giocare ad Anguillara, dove sono nato e cresciuto. Da una semplice realtà è difficile emergere, ma io e mio fratello Claudio (quest’anno in A3 a Cuneo, ndr), ci siamo riusciti. Avevo un grande sogno ed una grande voglia di scoprire dove potessi arrivare. Ad ogni salto di categoria, mi rendevo conto di tenere il livello e mi chiedevo subito come fosse quello successivo. Da una palestra così piccola, nella quale era difficile anche battere, sono arrivato a giocare al Palalottomatica, la mia soddisfazione più grande. L’ultima volta ero stato lì per assistere la finale di Champions League Treviso-Iraklis Salonicco. Se mi avessero detto, undici anni dopo, ciò che sarebbe accaduto lì, mi sarei messo a ridere“.

Andiamo con ordine. Dopo due stagioni in A2 e l’A1 a Latina, l’esperienza in Grecia, rappresenta il vero momento di svolta. Cosa è scattato a Syros?

“Venivo da una delusione sportiva. Ero molto arrabbiato. Per motivi legati al regolamento, ero stato erroneamente tesserato anche l’anno dopo a Latina e ciò mi ha precluso la possibilità di giocare a Piacenza. Avevo perso una stagione. E nello stesso anno, una serie di problemi personali mi avevano portato sul fondo. Decisi di partire la stagione successiva, per questa isoletta greca, Syros, convinto che sarebbe stata l’ultima avventura della mia carriera. La realtà era un’altra. Mi aspettava una rinascita, sportiva e personale. Ho conosciuto la mia compagna, con la quale ho avuto una bimba. L’isola era un paradiso e le persone incredibili. Quell’anno abbiamo conquistato un risultato inaspettato, raggiungendo la finale. Tutto quello che per me era la fine, si è rivelato uno splendido inizio“.

Durante il secondo anno in Grecia nel 2017, succede l’incredibile. Hai avuto l’occasione, a metà stagione, di metterti a disposizione della SIR, vivendo un finale di stagione da raccontare

“In Grecia avevo tutto. Ero il capitano della squadra, premiato miglior palleggiatore della stagione precedente. Un giorno però mi arriva una chiamata. Nel frattempo a Perugia si era infortunato Mitic. Ho dovuto decidere in una notte e sono partito. Sapevo di avere davanti un monumento (De Cecco, ndr) ma allo stesso tempo l’occasione di confrontarmi con dei campioni e una finale di Champions League ad aspettarmi, a Roma. A mezz’ora da casa. Non tutti in Grecia l’hanno capito. Ma io avevo di nuovo un sogno da realizzare. L’aver colto quell’occasione mi ha portato l’anno successivo a giocare titolare a Castellana Grotte“.

Giocare titolare in Superlega è una bella sfida, sopratutto per un palleggiatore già formato. Avendo già sviluppato delle dinamiche e degli automatismi, cosa ti sei trovato a dover migliorare in un contesto di così alto livello?

“Ho capito che dovevo stravolgere i miei schemi e tornare a lavorare su tutto. Sul profilo tattico e anche tecnico. Pensavo di essere pronto, ma non lo ero. Ho iniziato un processo di trasformazione che si è realmente concretizzato in A2 con Piacenza. Ho iniziato dai miei punti deboli. La palla in due ad esempio. Ero troppo leggibile. Ho lavorato molto in sala video, ricercando neutralità del gesto e velocità nei piedi. Sono buon osservatore. Seleziono ciò che mi piace negli altri. Lo rielaboro, personalizzandolo. Mi piaceva la palla giocata l’anno prima tra Baranowicz e Fei. Volevo riproporre la stessa velocità. In questo percorso ho avuto la fortuna di essere supportato da un grande staff“.

A Piacenza hai conquistato prima la Coppa Itali di A2, poi la promozione in A1 e la conferma. L’emergenza Covid-19 ha imposto la fine anticipata del campionato. Cosa ha interrotto per te e per Piacenza?

“Personalmente ero tornato a pieno regime dall’infortunio (dito rotto, ndr), ritrovando continuità. La squadra aveva superato delle difficoltà, trovando l’equilibrio. Eravamo in lotta per rientrare nei playoff e ci aspettava un calendario favorevole, rispetto ad altre squadre che lottavano con noi. Ma di fronte a questa grave situazione, soprattutto nelle zone più colpite, come Piacenza, è stato giusto interrompere tutto. C’è un momento in cui bisogna riconoscere che le cose importanti, come la salute. Sentire ambulanze tutto il giorno è una cosa che ti destabilizza, ti fa male dentro. Chi non è colpito direttamente non si rende conto della drammaticità della situazione. Anche uscire diventa un trauma. Vivi nell’incertezza e nella paura. È giusto, non solo nei confronti degli atleti, ma anche per le persone che sono intorno alla squadra: società, tifosi, volontari.

Con una valigia sempre pronta, confondi spesso andate e ritorni. Ma quest’anno, la prova è stata ancora più difficile.

Mi sono piaciuti sempre più i ritorni che le partenze. Da sempre sono molto legato alla mia famiglia di origine e adesso che ne ho una anche in Grecia, la preoccupazione e la tristezza nel partire sono raddoppiate. In più, ad inizio stagione la mia compagna ha ricominciato a lavorare in Grecia e abbiamo deciso di vivere separati. Ho avuto possibilità di rientrare qualche giorno, ma vivere in un’isola non facilita gli spostamenti. La valigia è sempre pronta, è vero, ma c’è anche un orologio lì che ti ricorda che devi ripartire. I momenti insieme volano e non riesci a dare il cento per cento. Ho capito che la mia famiglia mi manca troppo e che ho bisogno di averli vicino“.

Le disposizioni ministeriali e le complesse dinamiche legate alla conclusione del campionato hanno rinviato ulteriormente, per la maggior parte degli atleti, il rientro a casa. Quando riuscirai a tornare?

Nonostante la stagione sia già conclusa da una mese, sono ancora a Piacenza. Il susseguirsi di decreti e le questioni burocratiche mi hanno bloccato qui, lontano da casa. A giorni tornerò ad Anguillara, con la mia famiglia di origine, ma ad oggi non so quando potrò raggiungere Asimina e la piccola Viola Nefeli in Grecia. L’ultima volta che le ho viste è stato a Dicembre. Lo schermo non da lo stesso calore. E’ ancora più complicato stare lontani senza un vero obiettivo sportivo.

Da papà-giocatore, ricordi un momento speciale in cui la presenza di tua figlia in tribuna ti ha fatto fare quel click per cambiare la partita?

“Il segreto dell’anno scorso è stato sicuramente averle con me tutto l’anno. Condividere gli spazi della palestra. Vedere mia figlia correre nel palazzetto, entrare in campo per abbracciarmi. Ricordo un episodio, nella finale di Coppa Italia di A2. Eravamo sotto 2-1. Per un attimo ho pensato di non volerle deludere. Ero preoccupato nel saperle tristi, vedendomi arrabbiato a fine partita. Non guardo mai gli spalti, ma ho cercato il loro sguardo e mi si è acceso qualcosa dentro. Abbiamo vinto la partita e portato a casa la coppa“.

Pianificare il futuro è difficile questo periodo, ma a te che sei un sognatore , la fantasia non manca. Quali sono i progetti?

Penso che la cosa più giusta sia tornare in Grecia, ma non escludo di prendere seriamente in considerazione un nuovo progetto anche Italia che mi stimoli ancora. Ma la Grecia rimane la priorità. Ho un conto in sospeso con il campionato greco: lo scudetto. Voglio regalare una soddisfazione a chi mi ha voluto davvero bene. Abbiamo perso quella finale e ancora non l’ho digerita. Eravamo 2-0 per noi. Ci sono quei momenti in cui sei convinto di aver vinto la gara. Poi perdi le redini della partita, ti sfugge il risultato. Sono un guerriero e devo avere un sogno a guidarmi.

Bellissime avventure di vita e di sport, durante le quali Matteo ha imparato l’arte della pazienza, del compromesso e della resilienza.

Seguici anche sulla nostra pagina Facebook e sulla nostra pagina Twitter!