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Un buon trip: avventure psichedeliche, documentario che demistifica un tabù

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Un buon trip: avventure psichedeliche - documentario Netflix
Un buon trip: avventure psichedeliche – documentario Netflix

Netflix ha da poco fatto uscire un documentario originale sull’uso degli psichedelici e gli allucinogeni: Un buon trip: avventure psichedeliche (Have a Good Trip: Adventures in Psychedelics, in originale). Questo documentario è il risultato di undici anni di lavoro e di raccolta di interviste da parte del regista, Donick Cary. Molte delle interviste e delle chiacchierate tenute da Donick Cary non sono alla fine entrate all’interno della pellicola, per ragioni di spazio, ma il risultato è comunque molto convincente e riesce a far passare un messaggio educativo sul mondo degli allucinogeni che ne mostri anche i lati positivi. Probabilmente essere prodotto da Netflix ha permesso un qualcosa che altri produttori non avrebbero concesso così facilmente.

Di base infatti questo documentario parla in modo positivo dell’esperienza del trip da allucinogeni, anche se non smette mai di mettere in allarme sulle eventuali implicazioni negative quando si fa uso di certe sostante in situazione di non consenso e scarsa incolumità. Per avallare questo messaggio, partecipa al documentario uno psichiatra che si sta occupando, con l’approvazione della Food and Drug Administration (FDA), di uno studio clinico con risultati molto promettenti sull’uso degli allucinogeni all’interno di vari tipi di terapie psichiatriche e psicologiche.

Un buon trip – Avventure psichedeliche: genesi dell’opera di Donick Cary

Donick Cary è un comico molto noto nel panorama statunitense. Sua è la penna dietro a show televisivi di successo come il David Letterman Show.

«La mia esperienza al Letterman mi ha insegnato che se potevamo trovare persone divertenti e seguirle nei loro spostamenti, avremmo avuto qualcosa di buono. Più facile anche per gli scrittori»

(Donick Cary intervistato dal The Guardian riguardo a Un buon trip: avventure psichedeliche)

Intorno alla citazione che riportiamo sopra, tradotta in italiano dall’intervista che Donick Cary ha rilasciato a The Guardian, si muovono i presupposti del documentario Un buon trip: avventure psichedeliche (Have a Good Trip: Adventures in Psychedelics, in originale). L’autore infatti ha creato un bricolage funzionale di interviste registrate nell’arco di undici anni con un buon numero di personaggi del mondo dello spettacolo. Scopo di queste interviste era raccogliere le impressioni e i racconti di queste persone riguardo alle loro esperienze con sostanze allucinogene. Il risultato è una specie di vademecum su come avere o meno un buon trip, mostrando come l’assunzione di sostanze psicotrope non abbia dei lati solo negativi o solo positivi, ma sia soggetta al modo in cui una persona ne fa uso.

Un buon trip: avventure psichedeliche - documentario Netflix - protagonisti e autori.
Un buon trip: avventure psichedeliche – Netflix.

«Amo da sempre i documentari, storie reali riguardo persone reali. Ero al Nantucket Film Festival più o meno undici anni fa, e c’era Ben Stiller nel comitato. Fisher Stevense era anche là per lanciare The Cove, e noi a un certo punto finimmo a fare una conversazione su psichedelici e esperienze delle persone, la quale si dimostrò molto intrattenente. The Aristocrats erano venuti fuori un po’ di anni prima, e io realizzai quanto mi piacesse questa vibrazione da cena con invitati, in cui ognuno condivideva una storia»

(Donick Cary intervistato dal The Guardian riguardo a Un buon trip: avventure psichedeliche)

La raccolta di interviste per il documentario Netflix

Dopo quella conversazione, Cary cominciò a raccogliere interviste: un numero stimato tra 75 e 100 conversazioni. Le persone intervistate poi, come il prodotto finale su Netflix mostra, appartenevano a varie falangi del mondo dello spettacolo. Si intervistano star della stand-up comedy, si intervistano cantanti e musicisti, e si intervistano anche noti attori.

«Eravamo alla mercé delle agende di cento celebrità. Una persona come Sting per esempio sarebbe potuta essere disponibile, ma era impegnato in un tour di concerti e stava preparando uno show a Londra, insieme ad altre cose. Lui era grandioso, nonostante tutto. Dovevamo solo aspettare nove mesi»

(Donick Cary intervistato dal The Guardian riguardo a Un buon trip: avventure psichedeliche)

La selezione delle interviste per Un buon trip: avventure psichedeliche

Per il documentario l’autore si è limitato a 89 minuti, cosa che lo ha portato a tagliare dal prodotto finale una serie di clip a cui il pubblico probabilmente spera di avere accesso in un modo o nell’altro. Sono infatti rimaste fuori le clip di:

  • Whitney Cummings;
  • Patton Oswalt;
  • Bootsy Collins;
  • Ed Ruscha.

Donick Cary poi avrebbe voluto intervistare Dave Grohl e Paul McCartney, ma purtroppo non erano disponibili.

Alcuni poi non hanno voluto partecipare a Un buon trip: avventure psichedeliche

In altri casi invece, dopo lunghe chiacchierate o registrazioni, alcune persone hanno preferito non dare il consenso all’uso delle proprie dichiarazioni all’interno del documentario Netflix.

«Abbiamo fatto una chiacchierata con Ozzy Osbourne, ma alla fine non l’abbiamo utilizzata. Lui non si sentiva a suo agio dopo aver raccontato la propria storia. Lui affermò alla fine “Non penso di voler essere in un film sulla droga”. Cosa che andava bene! Noi rispettiamo questa cosa da parte di chiunque, ma, ragazzi, aveva certe storie… Sono anche stato al telefono con Susan Sarandon, e abbiamo parlato per più di un’ora due o tre volte. Ma alla fine non siamo riusciti a convincerla a partecipare. Lei aveva delle cose da dire così preziose, lei conosceva Timothy Leary, lo sapete. Ma penso di non essere riuscito a farla sentire completamente a suo agio intorno al progetto. Nonostante tutto, siamo stati incredibilmente fortunati a passare del poco tempo con queste persone»

(Donick Cary intervistato dal The Guardian riguardo a Un buon trip: avventure psichedeliche)

Un buon trip – Avventure psichedeliche: struttura e ispirazioni

Dopo aver raccolto il materiale che gli serviva, Cary ha cominciato a pensare a come rendere il tutto adatto al pubblico. Ha ammesso che vedere La Ballata di Buster Scrugs dei fratelli Coen sia stato la chiave di volta del progetto. Da quel momento in poi l’autore infatti ha pensato di gestire il documentario come un progetto a episodi. L’autore poi, come intermezzo all’interno della serie, ha deciso di adottare i seguenti escamotage narrativi:

Un buon trip: avventure psichedeliche - documentario Netflix
Un buon trip: avventure psichedeliche – documentario Netflix (Afterschool Special)
  • Da una parte infatti una costante di Un buon trip: avventure psichedeliche è l’intermezzo girato come un vecchio after-school special in cui si parla in modo negativo e stereotipato di come l’uso di allucinogeni sia un’esperienza negativa per i giovani.
  • Dall’altra parte invece, ad accompagnare le interviste protagoniste di Un buon trip: avventure psichedeliche, ci sono o animazioni che narrano per immagini i racconti o interpretazioni a basso costo di ciò che è narrato dai vari intervistati.

Un buon trip: avventure psichedeliche parla di responsabilità

Un buon trip: avventure psichedeliche - documentario Netflix
Un buon trip: avventure psichedeliche – documentario Netflix

«Il senso del documentario non dovrebbe essere che stiamo consigliando l’uso di sostanze e tutti quanti, o che ognuno dovrebbe assolutamente provare delle droghe. Nessuno dovrebbe mai subire la pressione sociale dei pari nell’assumere droga, perché se iniziassi a utilizzare certe sostanze con paura o trepidazione, è molto più probabile che passerai un brutto momento»

(Donick Cary intervistato dal The Guardian riguardo a Un buon trip: avventure psichedeliche)

L’intento dell’autore era quello di demistificare e demitizzare le sostanze psicotrope e il loro uso. Gli allucinogeni infatti, dati scientifici alla mano, si sono rivelati di beneficio alle persone rispetto a quello che si riteneva prima. Tanto che negli ultimi anni ci sono sempre più sperimentazioni riguardo all’uso di allucinogeni all’interno di setting terapeutici e terapie.

Fonte: The Guardian

Parallelo tra The Midnight Gospel e il recente documentario originale Netflix sulla psichedelia

Un buon trip: avventure psichedeliche è un documentario originale Netflix che giunge sulla piattaforma a pochi giorni di distanza dal debutto di un’altra serie originale Netflix: The Midnight Gospel. Analizzare il modo in cui i due show affrontano il tema delle droghe è interessante, e potrebbe anche portarci a capire qualcosa sulle intenzioni di Netflix riguardo al trattare certi temi considerati per antonomasia delicati.

Un buon trip: avventure psichedeliche e The Midnight Gospel: due facce della stessa medaglia di recente produzione Netflix

In The Midnight Gospel, alla stregua di in Un buon trip: avventure psichedeliche, gli allucinogeni e le droghe sono visti da tre punti di vista:

  • Gli allucinogeni come strumento ricreativo. Un buon trip: avventure psichedeliche, attraverso le esperienze di una parte degli intervistati, narra di come la maggior parte delle volte l’uso di sostanze psicotrope avvenga all’interno di contesti ricreativi. In The Midnight Gospel anche si fa accenno alla dimensione ludica e ricreativa dell’uso di sostanze psicotrope in generale, non solo allucinogeni.
  • Gli allucinogeni come strumento attraverso cui entrare in contatto con la dimensione soprannaturale o spirituale. The Midnight Gospel è decisamente più ricco di riflessioni sull’uso di psichedelici in ambito spirituale e religioso, ma anche Un buon trip: avventure psichedeliche non manca di trattare il tema, anche se senza lo stesso approfondimento della serie sopracitata. Per esempio non si può non notare come il discorso di Sting riguardo alle sue esperienze con gli psichedelici abbia molto in comune con molti dei temi comuni alle nuove spiritualità contemporanee in “Occidente”.
  • Gli allucinogeni come strumento terapeutico. Entrambe le serie sopracitate affrontano il tema delle droghe nella loro potenzialità terapeutica, anche se è Un buon trip: avventure psichedeliche a trattare il tema in modo più approfondito riguardo al suo uso all’interno di veri e propri setting terapeutici riconosciuti dalle istituzioni. Durante la serie infatti faremo la conoscenza di Charles Grob, psichiatra attivo negli studi sulle sostanze psicotrope e il loro legame con la salute mentale.

Netflix e il trattare tematiche delicate

Netflix, il grande colosso dello streaming, sembra abbia deciso di accogliere tra le sue schiere documentari, serie e film con protagoniste tematiche avvolte ancora da un certo tabù perbenista. Non si deve però pensare a Netflix come a un colosso dai gusti liberali che vuole inviare un forte messaggio, infatti i suoi prodotti sono vari come vario è il mercato a target-multipli a cui ambisce. L’idea alla base del colosso dello streaming infatti è quella di diventare un bacino di vari tipi di utenze, accogliendo prodotti mainstream, più di nicchia o anche controversi (anche se senza mai sfociare in discorsi troppo estremi).

Casi come la serie Un buon trip: avventure psichedeliche rappresentano uno dei mercati dell’intrattenimento che sono confluiti all’interno di Netflix: quello delle persone appartenenti a un range di età molto ampio che si riconoscono nel fenomeno della scienza dura aperta alle suggestioni sperimentali in opposizione ai tabù e della spiritualità alternativa.

Netflix, il pubblico e lo spirito del tempo

Come dicevamo sopra Netflix si è rivelato un enorme bacino che si rivolge a più nicchie e a più pubblici. Trovo però interessante che il colosso dello streaming abbia prodotto e fatto uscire nell’arco di poco tempo due prodotti (The Midnight Gospel e Un buon trip: avventure psichedeliche) che rappresentano “lo spirito del tempo” degli ultimi 30 anni riguardo a due temi che potrebbero sembrare sconnessi, ma che in realtà hanno molto più in comune di quello che si possa pensare.

Un buon trip: avventure psichedeliche, documentario Netflix
Un buon trip: avventure psichedeliche, documentario Netflix
  • Da una parte abbiamo il tema delle sostanze psicotrope e delle vie spirituali del XXI secolo nel mondo “occidentale”.
  • Dall’altra parte abbiamo invece il tema delle sperimentazioni mediche alternative ai percorsi più mainstream, all’interno dei quali si ritrovano medici dall’approccio meno conservatore rispetto ai percorsi classici della medicina ufficiale e potenziali utenti che per un motivo o per un altro preferiscono rivolgersi a terapie alternative al mondo medico ufficiale tradizionale.

La crisi dei saperi esperti incontra il supermarket delle religioni, e Un buon trip: avventure psichedeliche diventa una produzione dal forte significato sociale

In altra sede abbiamo approfonditamente parlato di The Midnight Gospel, discorso che abbiamo ampliato anche durante una diretta live su Twitch ospiti del canale La Terra di Nessuno. Un buon trip: avventure psichedeliche rappresenta un po’ l’altra faccia della medaglia di ciò che avevamo definito, con il sociologo delle religioni Anthony Gill, “supermarket delle religioni”. Se da una parte infatti la serie animata The Midnight Gospel rappresenta il supermarket delle religioni, sia nei suoi aspetti più ecumenici che in quelli più autoironici; Un buon trip: avventure psichedeliche sembra fare un po’ il verso a quello che potremmo definire “crisi dei saperi esperti”.

Con “crisi dei saperi” esperti ci si riferisce al periodo degli ultimi anni in cui la fede nel progresso scientifico indefesso è venuta a mancare. Questa “fede” è stata sostituita da un sospetto e un criticismo nei confronti delle pratiche mediche e scientifiche. Un sospetto poi questo non solo comprensibile, ma anche legittimo, le cui conseguenze sono state anche positive. Infatti i processi storici e sociali che hanno coinvolto le scienze hanno permesso di dare voce ai pazienti nell’ottica di una logica di scienza democratica e rispetto dei diritti umani.

Che c’entra Un buon trip: avventure psichedeliche con la crisi dei saperi esperti?

La chiave di lettura di tutta la serie, confermata dalle parole dello stesso autore, è l’idea di demitizzare e demistificare le sostanze psicotrope. Per molto tempo infatti il tabù sociale in “Occidente” riguardo all’assunzione di questo tipo di sostanze è stato molto forte. Il parlare di percorsi e pubblicazioni scientifici riguardo a un sano uso di queste sostanze è, a mio avviso, molto vicino all’idea di sospetto nei confronti della medicina ufficiale più mainstream. In qualche modo il messaggio che il documentario Netflix fa passare è che per molto tempo la scienza medica abbia eliminato dal suo panorama le sostanze allucinogene per un pregiudizio sociale. Un pregiudizio sociale, legato a determinate forme di sentire morale, che ha influenzato il processo scientifico. Un qualcosa a cui rimediare visto che, stando agli ultimi studi, queste sostanze si sono rivelate promettenti all’interno di setting terapeutici di varia natura.

In aggiunta a questo poi, di rimando, vi è un discorso meno esplicito. Un discorso che appare se si presta attenzione al tipo di ricerche condotte dallo psichiatra Charles Grob, che appare nella serie. Charles Grob infatti si è occupato di analizzare l’uso di sostanze psicotrope anche all’interno di altri contesti socio-culturali. Contesti questi in cui l’uso di queste sostanze è al centro di pratiche rituali e terapeutiche. L’uso di sostanze psicotrope è in effetti presente all’interno di molte realtà socio-culturali variegate. In tutte le realtà che utilizzano sostanze psicotrope poi, è stato notato come queste sostanze appaiano in entrambe le accezioni tipiche anche del contesto “occidentale”:

  • uso ricreativo;
  • uso rituale/terapeutico.

Un buon trip: avventure psichedeliche, un documentario che parla del mondo della post-secolarizzazione e del “nuovo incantamento” del mondo globalizzato

In qualche modo Un buon trip: avventure psichedeliche è un prodotto che manda determinati messaggi connessi al sentire contemporaneo e anche in opposizione allo “status quo del potere sociale egemone tradizionale”.

  • Da una parte infatti Un buon trip: avventure psichedeliche parla della fallibilità della scienza e di come il progresso scientifico sia profondamente ancorato alle dinamiche sociali e a ciò che si considera giusto o sbagliato in un determinato periodo storico.
  • Dall’altra parte però Un buon trip: avventure psichedeliche parla anche di come altre realtà culturali abbiano “scoperto” l’uso medico di certe sostanze (anche se non sfiora mai, alla pari di The Midnight Gospel, il mito del buon selvaggio).
  • In aggiunta a questi punti poi, Un buon trip: avventure psichedeliche parla anche di come l’uso di certe sostanze permetta di sperimentare sensazioni accumulabili a un concetto estremamente laico globale di dimensione spirituale. Sensazioni di unione con il mondo e con gli altri esseri viventi che rispecchiano molte narrazioni e retoriche contemporanee sull’antropocene e sul sentirsi uniti in qualità di appartenenti al sistema mondo.

Queste tre dimensioni che ho riscontrato all’interno del prodotto Netflix preso in esame sono tipiche del mondo globale occidentale della post-secolarizzazione. Un mondo che è andato incontro anche alla nascita di nuovi modi, rispetto al passato, di perseguire e approfondire dei percorsi spirituali. Nuovi modi molto più in linea con i bisogni all’interno della società odierna, all’interno della quale si sono sviluppati.

Netflix, bacino di grandi quantità di prodotti diversificati, diventa un agglomerato di spaccati sociali

Il documentario Netflix che abbiamo preso in esame è intriso di retoriche e narrazioni sociali molto forti. Narrazioni sociali che rispecchiano, come abbiamo visto sopra, una buona parte del pensiero alla base delle visioni del mondo sorte in seno al mondo “occidentale”. Prodotti come The Midnight Gospel e Un buon trip: avventure psichedeliche, usciti a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, dimostrano come dei prodotti realizzati nell’ottica dell’intrattenimento di massa rappresentino spaccati sociali all’interno della società di massa stessa in modo molto consapevole e accorto. Che ci siano delle evidenti strategie di marketing è innegabile, ma è interessante vedere poi come le persone si rapportino a certi prodotti e come li rielaborino in chiave personale.

Proprio per questo, diteci la vostra sul documentario: cosa pensate di questo prodotto Netflix? Vi ritrovate nei suoi presupposti o pensate che sia un prodotto confezionato ad hoc per essere venduto, privo di profondità o significati reconditi?

di Eleonora D’Agostino

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Eleonora D'Agostino

Sono un'antropologa che si diverte a fare quattro chiacchiere tra amici mostrando il perché Star Wars non sia solo un bel film, ma un complesso mito attraverso cui si narrano le vicissitudini umane circa la società, la religione, l'identità personale, i riti di iniziazione, ecc. ... e potete sostituire Star Wars con qualsiasi altra cosa!
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