Prosegue senza esclusione di colpi la campagna di Donald Trump contro le università statunitensi, in particolare Harvard, lo storico ateneo privato situato a Cambridge, nel Massachusetts, che da mesi sta sfidando in modo diretto le sue imposizioni. Un nuovo provvedimento del presidente andrà a bloccare, di fatto, l’ingresso negli USA ai nuovi iscritti stranieri del campus, e il dipartimento di Stato dovrà «valutare la revoca» dei visti accademici o di scambio già approvati per gli attuali studenti.

La durata di queste nuove misure dovrebbe essere di sei mesi, salvo proroghe, anche se non è ancora chiaro come e quando queste limitazioni verranno concretamente applicate. Nel frattempo, i rappresentanti di Harvard hanno già fatto sapere che l’istituto si opporrà con fermezza all’ennesima azione ostile nei suoi confronti e, soprattutto, dei suoi allievi.

La “guerra” di Trump contro Harvard e le altre università progressiste

L’amministrazione del presidente continua a giustificare le sue azioni affermando che le università statunitensi, in particolare Harvard, non avrebbero fatto abbastanza per combattere gli episodi di antisemitismo che si sono verificati durante le proteste e le manifestazioni contro la guerra nella Striscia di Gaza che si sono svolte nei vari campus nel 2024. Dietro questo pretesto, tuttavia, ci sono le enormi diversità di vedute politiche e culturali tra il tycoon e gli ambienti universitari, di norma molto più progressisti.

Già al termine dello scorso mese, Trump aveva vietato ad Harvard di accettare studenti e ricercatori stranieri; un tribunale, tuttavia, aveva repentinamente bloccato l’ordinanza. Sempre a maggio, il dipartimento di Stato aveva chiesto a tutte le sue rappresentanze all’estero di incrementare i controlli su chiunque richieda il visto per frequentare il prestigioso college, per qualsiasi motivo. Un’indagine che riguarda principalmente i ragazzi, ma anche il corpo docente, gli ospiti di conferenze, i lavoratori e i turisti in visita alla struttura.

Federica Checchia

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