L’Unione europea si mostra intenzionata a voler rinnovare le sanzioni a carico della Russia entro la scadenza prevista per il 15 marzo. L’Ungheria e la Slovacchia invece si oppongono, bloccando la decisione. Una tensione già alta che accenna ad aumentare anche con l’Ucraina a causa della disputa concernente l’oleodotto dell’Amicizia.
Ungheria e Slovacchia si oppongono alle sanzioni contro la Russia
Le regole dell’Unione europea prevedono che le sanzioni debbano essere prorogate ogni sei mesi all’unanimità. Per questa ragione, avvicinandosi la scadenza per quelle previste per la Russia, era stato effettuato un primo tentativo di accordo mercoledì pomeriggio. Tuttavia, la riunione degli ambasciatori svoltasi a Bruxelles non è andata a buon fine. L’opposizione presentata da Ungheria e Slovacchia nasce dalla richiesta di voler rimuovere alcuni soggetti colpiti dalle sanzioni, tra cui gli uomini d’affari Mikhail Fridman e Alisher Usmanov. La richiesta non solo non è stata accolta, ma l’incontro si è rivelato inconcludente.
Pertanto un’altra riunione è previsto per venerdì 13 marzo. Qualora non si verificasse un rinnovo delle sanzioni, le oltre 2.700 persone e aziende russe presenti nella lista nera, tra cui Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri Sergey Lavrov, verrebbero automaticamente rilasciati. La conseguenza diretta è che, a quel punto, potrebbero avere di nuovo accesso a tutti i fondi detenuti nel territorio Ue. I tempi si mostrano molto ristretti e per Bruxelles non sarebbe la prima volta. Proprio a marzo dello scorso anno l’Ungheria accettò di non porre il veto al rinnovo delle sanzioni a 48 ore dalla scadenza. È possibile che anche in questa occasione potrebbe verificarsi una modalità analoga.
Le tensioni causate dall’oleodotto dell’Amicizia
In tutta questa dinamica l’oleodotto dell’Amicizia perché accresce le tensioni? Sia il primo ministro ungherese Viktor Orbán che il primo ministro slovacco Robert Fico puntano il dito contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Entrambi lo accusano di tenere volontariamente chiuso il condotto industriale, nonostante questo sia in realtà operativo. Zelensky sostiene, invece, che l’infrastruttura sia stata danneggiata da un drone russo il 27 gennaio e che sia necessaria una riparazione. Tuttavia, a causa dell’instabilità del terreno i lavori potrebbero richiedere più tempo del previsto. La risposta sembra non aver alleggerito la tensione, infatti Orbán proprio settimana scorsa ha bloccato un prestito da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina. Anche se Bruxelles sta cercando di risolvere le controversie chiedendo a Kiev di accelerare le riparazioni e a Budapest di sbloccare il prestito, la probabilità che la riunione concordata per venerdì non porti ad alcun esito.
Stefania Cirillo





