L’amministrazione Trump ha esteso la limitazione di ingresso negli Stati Uniti ad altri 20 paesi. Il tentativo di bloccare l’immigrazione non è recente. Nel suo primo mandato avvenuto nel 2017, infatti, aveva già tentato di limitare l’ingresso ai cittadini di vari paesi a maggioranza musulmana. Divieto eliminato immediatamente da Joe Biden, il suo successore. L’ampliamento del divieto rischia di generare preoccupazioni e opposizione da parte dei critici. Ecco di seguito i paesi coinvolti.
La limitazione è per la sicurezza nazionale?
Il Travel Ban annunciato da Trump inseriva un divieto di ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di 12 paesi. Quanto dichiarato martedì, invece, amplia le restrizioni approvate nel corso del primo mandato. I paesi coinvolti sono: Afghanistan, Myanmar, Ciad, Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen. Oltre a questi si aggiungono: Burkina Faso, Mali, Niger, Laos, Sierra Leone, Siria e Sud Sudan. In aggiunta, anche coloro che possiedono documenti di viaggi rilasciati dall’Autorità Nazionale Palestinese sono inclusi nel divieto. Le restrizioni, invece, riguardano: Burundi, Cuba, Laos, Sierra Leone, Togo, Turkmenistan e Venezuela.
Tutti i cittadini appartenenti ai paesi presenti nella lista non hanno la possibilità di chiedere un permesso di soggiorno, né ottenere visti studenteschi e turistici.
Le persone che, invece, hanno già un visto, sono legalmente residenti permanenti o hanno una determinata categoria di visto per diplomatici e atleti sono esenti dal divieto. I cambiamenti, di cui sopra, entreranno ufficialmente in vigore, come riportato da euronews, il 1 gennaio 2026. Secondo l’amministrazione Trump, i paesi inseriti nel divieto o nelle restrizioni, sono soggetti a “corruzione diffusa, documenti civili fraudolenti o inaffidabili e precedenti penali”. Molti sostengono che Trump stia sfruttando le preoccupazioni di sicurezza nazionale per limitare collettivamente l’accesso ai cittadini provenienti da una vasta gamma di paesi. Laurie Ball Cooper, vicepresidente dei programmi legali statunitensi dell’International refugee assistance project, dichiara che “l’estensione del divieto non riguarda la sicurezza anazionale, ma è un altro vergognoso tentativo di demonizzare le persone semplicemente per il loro luogo di provenienza”.
Stefania Cirillo





