Negli anni, Stefano Sollima ci ha guidati nelle pagine più oscure della storia del nostro Paese. Prodotti per il piccolo schermo come Romanzo Criminale, e film come Suburra, ACAB e Adagio ci hanno offerto uno spaccato cinico e crudele della società contemporanea o del passato recente, e la sua ultima opera, la serie televisiva Il Mostro, Fuori Concorso a Venezia 82, si confronterà con il primo e più brutale serial killer del nostro Paese: il Mostro di Firenze.
«L’orrore. Avvicinarsi alla storia del Mostro di Firenze», ha spiegato il regista, «non è semplicemente un lavoro di ricerca, di scrittura, di messa in scena: è un confronto diretto con l’orrore. Scegliere di raccontare questa storia significa decidere di calarsi in un territorio dove il male non ha più maschere. Nel tentativo di rappresentarlo, ti rendi conto che le parole, le immagini, rischiano di ferire, di tradire, di aggiungere altro dolore a quello già inflitto. Ogni dettaglio, ogni ricostruzione, ogni dialogo immaginato pesa come il piombo. La sensazione perenne che ci sia sempre qualcosa che ci sfugge. Avverti il pericolo dello scivolamento verso la morbosità che rischia di trasformare il dolore in intrattenimento e, all’opposto, la tentazione di attenuare l’orrore per renderlo più accettabile. Ma l’orrore, per essere davvero raccontato, va attraversato. Non aggirato».
Presentata a Venezia 82 la serie “Il Mostro”, parla il regista: «Abbiamo cambiato il punto di vista per raccontare la verità»

Presenti in conferenza stampa Stefano Sollima, i produttori Lorenzo Mieli, Gina Gardini e Tinny Andreatta, il consulente storico Francesco Cappelletti, il co-sceneggiatore Leonardo Fasoli e gli interpreti Marco Bullitta, Valentino Mannias, Francesca Olia, Liliana Bottone, Giacomo Fadda e Antonio Tintis. La serie sarà disponibile su Netflix dal 22 ottobre.
Approcciarsi a un caso di cronaca nera così noto e impattante, e destreggiarsi tra tutto il materiale a disposizione è stato un lavoro complesso e meticoloso per i creatori de Il Mostro. Racconta il regista: «All’inizio eravamo piuttosto disorientati, perché avevamo cominciato leggendo tutto il materiale a disposizione, dai libri agli atti giudiziari. La cosa che ci ha colpiti, oltre alla vastità delle informazioni, è stato una sorta di “peccato originale”, un vizio nell’approccio. Leggendo, si aveva la sensazione che la verità fosse stata piegata in favore di una tesi specifica. Per fortuna abbiamo avuto un’idea che ci ha guidati: cambiare il punto di vista, e realizzare degli episodi monografici su ciascuno dei sospetti. In questo modo, abbiamo avuto la possibilità di abbracciare tutte le tesi -non una sola- e raccontare la storia per com’è successa».
Interviene Fasoli: «Il materiale ci ha mostrato il contesto socio-culturale dei fatti, e ogni sospettato ci ha permesso di raccontare dei mondi comuni per l’epoca. Si trattava di omicidi ai danni delle donne -i fidanzati o i compagni erano solo un ostacolo che l’assassino si toglieva di mezzo- e ognuno degli uomini fermati aveva un passato o un presente da abusante. C’era una forte componente maschilista e patriarcale: ogni donna al di fuori dei canoni imposti dalla società veniva considerata meritevole di una punizione. Nell’operato del mostro questo era portato al grado più elevato, ma anche gli altri hanno agito in maniera mostruosa».
La “responsabilità” del cast e del consulente storico
In un’opera del genere, la figura del consulente storico è assolutamente necessaria per dare veridicità alla narrazione. Racconta Cappelletti: «Sono diciassette anni che segui questa vicenda; non è facile distinguere i fatti reali dalle versioni romanzate di scrittori e giornalista. Stefano e Luciano mi hanno interpellato in merito alla cronologia e ad alcuni dettagli psicologici. Durante le riprese, sono stato presente sul set per aiutare e controllare».
La formazione del cast, composto prevalentemente da attori sardi, non è stata del tutto casuale. «Siamo partiti dalla pista sarda», risponde Sollima, «quindi ci sembrava rispettoso scritturare attori del territorio, anche per una questione linguistica. Abbiamo trovato un gruppo d’interpreti che ci ha soddisfatti, ed è stato tutto naturale».
Per Valentino Mannias, raccontare questa storia è una grande responsabilità: «Tutti abbiamo in mente Pacciani, ma ci sono delle vicende precedenti che neanche io conoscevo, e che è giusto raccontare. Guardare un maestro come Sollima al lavoro è stato un onore, vederlo sul set e toccare con mano la sua preparazione e umiltà mi rimarrà dentro per sempre. Per quanto riguarda il mio personaggio, mi sono fatto guidare dalle parole di Stefano, che mi chiedeva di uscire dall’idea del mostro, e di porsi in una condizione di sospensione di giudizio».
Marco Bullitta è d’accordo: «Si lavora in punta di piedi, con attenzione e documentandosi. Stefano e la troupe ci ha messi in condizione di poter fare al meglio quello che eravamo chiamati a fare, avendo a disposizione un esperto che rispondeva alle nostre domande». Per Francesca Olia, «raccontare una storia di sardi è insolito per la nostra televisione, ed è stata un’opportunità gigantesca. Nel mio caso, la difficoltà più grande è stato raccontare un personaggio esistito realmente, di cui però abbiamo poche informazioni; ci vogliono tanta sensibilità e rispetto».
Stefano Sollima a Venezia 82: «Abbiamo cercato di raccontare l’orrore, senza però cadere nel sensazionalistico»
Il produttore Lorenzo Mieli racconta: «Aspettavo da venticinque anni l’opportunità di raccontare questa storia incredibile, la più lunga indagine italiana. In tutti questi anni, però, non avevo ancora trovato la chiave. Farlo dal punto di vista di tutti i presunti mostri è stata un’idea coraggiosa: abbiamo raccontato il male da dentro. La scelta di scavare dentro e cercare il potenziale mostro in ognuno di noi è stata la cosa che più mi ha colpito».
Scegliere cosa mostrare, per Sollima e per i produttori, è stato oggetto di dibattito interno: «Per mettere in scena questa storia abbiamo dovuto studiare e vedere fotografie che forse avremmo preferito non vedere. Ovviamente non ci si può sottrarre dal raccontare l’orrore, perché è parte della storia: bisogna trovare un equilibrio per non cadere nel sensazionalismo. Sul set mi ritrovavo sempre a cercare una sorta di distanza, come ad esempio mostrare qualcosa che alludesse ad altro, che ne desse l’idea senza spingersi oltre, per una questione di rispetto verso le vittime. Mostrare solo quello che è strettamente necessario: fare un passo indietro rispetto all’orrore, però raccontandolo».
Federica Checchia





