Con voli sospetti, ecco l’arrivo di 153 palestinesi in Sudafrica e Indonesia: indagini su Al-Majd, collegamenti con Israele e rischio di trasferimenti forzati. Crescono i dubbi internazionali.
L’arrivo a Johannesburg di centocinquantatré palestinesi partiti da Israele, molti dei quali provenienti dalla Striscia di Gaza, non è stato un semplice episodio di migrazione. Il volo charter, con scalo a Nairobi, è atterrato il 13 novembre ma i passeggeri sono restati bloccati a bordo per circa dodici ore: l’assenza dei timbri di uscita israeliani ha insospettito le autorità sudafricane, che solo più tardi hanno concesso il visto di novanta giorni a centotrenta persone, mentre ventitré sono state dirottate altrove. La ONG sudafricana Gift of the Givers ha fornito una sistemazione provvisoria, ma il caso ha immediatamente assunto un peso politico.
Voli (non così tanto) sospetti per i palestinesi: ennesimo tentativo di pulizia etnica
Il ministro degli Esteri sudafricano Ronald Lamola ha definito l’operazione “sospetta”, con il rischio di un tentativo sistematico di “ripulire Gaza e Cisgiordania” del loro popolo tramite partenze irregolari spacciate per migrazioni volontarie. È un timore condiviso anche dall’Autorità Palestinese, che da tempo denuncia la proliferazione di reti informali alimentate dalla disperazione e dalla mancanza di vie sicure per lasciare la zona di guerra. È questo intreccio di necessità umanitarie e pratiche opache a rendere il caso così delicato.
Al centro delle indagini compare la figura di Al-Majd, un’associazione registrata in Estonia ma attiva anche a Gerusalemme Est, nel quartiere occupato di Sheikh Jarrah. A guidarla sarebbe Tomer Janar Lind, cittadino israeliano ed estone. L’organizzazione esiste sul web solo da febbraio 2025: il sito non mostra indirizzi fisici né contatti telefonici, ma soltanto un’email. Il dominio è registrato su Namecheap, piattaforma nota per la facilità con cui permette l’apertura di siti anonimi, spesso citata negli stessi report internazionali sulle frodi online.
Secondo le inchieste di Al Jazeera e Haaretz, Al-Majd avrebbe lavorato in coordinamento con la direzione israeliana per la “migrazione volontaria” del Ministero della Difesa e con il COGAT, l’ente militare che amministra gli affari civili nei Territori Palestinesi. Se questa ricostruzione fosse confermata, i voli non sarebbero semplici operazioni private nate dal caos della guerra, ma procedure quantomeno autorizzate (o meglio, facilitate) da strutture istituzionali israeliane. Israele respinge le accuse, affermando che i voli sono stati approvati perché un “Paese terzo” aveva già garantito l’ingresso dei passeggeri. Ma questa spiegazione lascia aperti più dubbi e sospetti di quanti ne chiuda: non chiarisce infatti perché i passaporti fossero privi di timbri, chi abbia raccolto i pagamenti e chi abbia determinato le destinazioni finali.
Una dinamica ben orchestrata e strategicamente ripetuta
Le testimonianze dei passeggeri aggiungono ulteriore confusione. Molti dicono di aver pagato circa duemila dollari per imbarcarsi. Alcuni credevano di essere diretti in Indonesia, altri in Malesia o India. È possibile che qualcuno abbia venduto “itinerari” privi di riscontro, oppure che la destinazione sia cambiata in corso d’opera. Il precedente del 27 maggio (con un volo della compagnia rumena Fly Lili, partito sempre da Ramon con cinquantasette palestinesi poi instradati verso Budapest e infine Indonesia e Malesia) mostra che la dinamica non è affatto isolata. Anche in quel caso, la provenienza era Gaza e la catena decisionale rimaneva opaca.
La posizione dell’Indonesia ha ulteriormente alimentato i dubbi: Giacarta aveva dato disponibilità ad accogliere temporaneamente feriti o persone vulnerabili, ma non risultano collegamenti diretti con i voli organizzati da Al-Majd. Ciò indica che o le destinazioni sono state presentate in modo ambiguo ai viaggiatori, o sono state modificate senza trasparenza.
Di fronte a questo quadro, il governo sudafricano ha annunciato un’indagine per chiarire chi abbia finanziato e coordinato l’operazione. Resta aperto anche il tema del futuro dei passeggeri, la cui posizione è per ora provvisoria.
Qui prodest?
Ciò che emerge con forza è un altro livello della vicenda: lo spostamento della responsabilità dal piano statale al piano privato, dove iniziative opache finiscono per gestire movimenti di popolazione in piena guerra, fuori da ogni garanzia e controllo pubblico. È esattamente il tipo di vuoto politico che permette ai conflitti di diventare occasioni per strutturare forme di migrazione che non sono mai veramente “volontarie”, ma il prodotto di una combinazione di disperazione e gestione neoliberale delle vie d’uscita.
Se Israele controlla ogni passaggio dentro e fuori Gaza, l’idea di “migrazione volontaria” è un ossimoro: non c’è volontarietà quando il quadro materiale non offre alternative. L’apparente privatizzazione del trasferimento nasconde un rischio ancora più grande: che la rimozione dei palestinesi dai territori diventi un processo esternalizzato, delegato a soggetti opachi e presentato come aiuto umanitario. Se lo Stato affida la mobilità dei civili a reti non trasparenti, la linea che separa l’evacuazione dalla deportazione si assottiglia, per non dire che collassa su sè stessa.
I governi parlano di appoggi logistici e accordi con Paesi terzi, ma sullo sfondo resta la domanda centrale: chi trae beneficio da questi trasferimenti? Perché vengono gestiti fuori dai canali pubblici? E soprattutto: come si può parlare di migrazione libera quando un intero popolo vive in condizioni di assedio? Finché a muovere le persone non saranno i loro diritti, ma il combinato di guerra, precarietà e intermediazione privata, il risultato non sarà una via d’uscita: sarà un nuovo capitolo della gestione coloniale dei corpi.
Maria Paola Pizzonia





