Bambini pescati come aragoste

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“Watchmen” ritorna con il suo quarto episodio. Siamo sempre in questa farraginosa e discutibile Tulsa difesa dall’implacabilmente sboccata Sorella Notte, la quale, come detto, tolte le volgarità e gli stereotipi che sembrano uscire da “Sister Act”, sarebbe un pezzo di legno con una foto del tutto inespressiva incollata sopra. Ma cosa succede in questa quarta puntata?

Diciamo nulla. Ma stavolta il nulla è voluto. È un interludio, una fase di passaggio tra le prime tre e le ultime due della stagione. Scopriamo che il centenario Will, in realtà, oltre a essere il nonno di Angela, era un poliziotto a New York negli anni Quaranta e Cinquanta e si chiamava William Reeves. Visti i continui smarmellamenti, con un cognome così sarebbe plausibile immaginarsi una parentela alla lontana con lo storico attore del Superman degli anni Settanta-Ottanta, Christopher Reeve.

Arriva un nuovo e ultimo personaggio: Rieu. Si tratta di una donna vietnamita che, ammettiamolo, batte Angela per dieci a zero per quanto riguarda gli stereotipi. È la tipica donna asiatica che troverete nei romanzi venduti al supermercato vicino agli occhiali da lettura.

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Fredda, ambigua, impassibile con i propri cari, con uno sguardo perennemente fisso e sprezzante. Se eravamo convinti che il buon Lindelof avesse deciso di scrivere questo “Watchmen” opponendosi al razzismo con una protagonista che sembrasse scritta da un razzista, adesso ne abbiamo la conferma.

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Come se non bastasse, è proprio la signora Rieu a possedere i poteri più importanti trovabili sinora in questa continuity: riesce a produrre bambini. Ci viene spiegato in quell’assurdo prologo dove va a trovare una famiglia che non ne può avere e propone loro di scambiare un pargolo in fasce con la loro villetta.

I perché, ovviamente, ce li spiegheranno tutti alla fine. C’è anche quel furfante con il costume bianco che, cosparso di un unguento, fugge scivolando dentro un tombino – perché, probabilmente, era stato lasciato libero da Pennywise –. Costui dovrebbe essere il ladro dell’auto di Angela nella scorsa puntata. Anche qui, aspettiamo una spiegazione delegata alle ultime puntate.  Ci sono così tanti perché irrisolti e lasciati come cliffhanger, che si ha il serio timore di un’ultima puntata con almeno venti minuti inzeppati da un monologo pesantemente didascalico, il quale, senza dubbio, potrà arrogarsi il diritto di far arrossire persino il Poirot di Agatha Christie e i suoi ricapitoli finali.

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Rieu ha ereditato l’impero di Veidt – almeno così pare –. Lo idolatra e ha fatto costruire una statua con le sue sembianze in età senile; Laurie si chiede il perché di questa scelta e, molto furbescamente, Rieu risponde che la sua civiltà loda gli anziani. Questa dobbiamo ammetterlo: è un’ottima strategia narrativa per proporci i collegamenti tra lei e Adrian. Laurie – sempre più un misto tra Humphrey Bogart e il Chandler Bing di “Friends” – racconta ad Angela di esser stata Spettro di Seta e lo fa tramite l’assistente Petey, un personaggio che, sin qui, sembra esser stato pensato senza chissà quale impegno sin dal suo insulso nome: un abbreviativo bisillabico messo lì a caso solo perché la produzione aveva due dollari in più per pagare una comparsa.

Dicevamo di Veidt/Ozymandias. Finalmente, dopo una narrazione che si è mossa alla stessa velocità di un monopattino sulle sabbie mobili, abbiamo un principio di spiegazione sul perché l’uomo più intelligente del mondo – con un Jeremy Irons che è l’unica nota positiva di tutta questa malaugurata serie su “Watchmen” – si trovi in quella tenuta con quei due cloni: è una prigionia.

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Presumibilmente, spedito in un’altra dimensione o su un altro pianeta, Veidt è davvero finito in un antro sperduto dove è costretto a vivere come nel periodo interbellico. Almeno era così fino alla settimana scorsa. Adesso, invece, pare esser ritornato indietro di dieci anni per via dei suoi abiti e, soprattutto per quell’assurdo marchingegno sferico di stampo steampunk con cui aumenta le età dei due cloni in pochi istanti.

Quei cloni hanno il solo scopo di servirlo e, pertanto, a parer suo, non vivono una vita sensata, quindi, in preda ad attimi di follia dovuti al suo esilio, gli capita di sterminarli. Così, insieme ai due nuovi arrivati, ripulisce la casa da tutti quelli uccisi e li spedisce lontano con una stucchevole catapulta che ricorda quelle di Wile E. Coyote. Inoltre, il legame tra Veidt e Rieu ci viene confermato quando Adrian afferma che non è lui a produrre i cloni, lasciando intendere un coinvolgimento della donna vietnamita.

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C’è un unico problema. Quei bambini, non si sa come, vengono fatti nascere dentro a un laghetto; Adrian, a bordo di una mongola, “pesca” quei bambini neonati, scegliendo i due migliori, con una gabbietta per crostacei. Sì, non avete un parassita sulla retina che vi impedisce di leggere a dovere. Pesca dei neonati dall’acqua con una gabbietta per crostacei.

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La domanda è: perché? Dopo quattro puntate ormai è chiaro che gli sceneggiatori stiano aggiungendo quanto più disgusto possibile – anche se il dildo del Dottor Manhattan non lo supera nessuno – con il solo scopo di apparire provocatori. Perché? Dopo quattro puntate ancora non è chiaro cosa vogliano raccontare. Tutte queste trame annunciate e ancora non approfondite, tutte queste scelte narrative incompiute, tutte queste apparizioni e riferimenti a libri, per quanto possano apparire studiati, non hanno uno scopo.

Non si parla di messaggio – non siamo così retorici, beninteso –, bensì di fine narrativo. “Watchmen” nasceva per decostruire l’archetipo del supereroe, questa serie, dopo quattro episodi ridicoli e decisamente trash, a cosa serve? Cosa racconta? Qual è il fine? Perché la stanno mandando in onda? È tutto un continuo aspettare che arrivi il Dottor Manhattan? Ma a che scopo? Tutto ciò che è stato mostrato sinora non è così minaccioso da far ritornare il Dottor Manhattan dopo trentatré anni. Il terribile piano di Rieu che comincia a palesarsi e che potrebbe essere al pari di quello di Veidt, sarà mai in grado di rendere giustizia all’eventuale ritorno del Dottor Manhattan sulla Terra?

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La risposta è no. Per come è stato scritto no. Nel graphic novel originale, il piano partiva sin da subito e il suo ideatore appariva già dalle prime battute. “Watchmen”, lo sappiamo, è stato scritto come un noir, pertanto, seguendo i canoni di tale genere, il nemico – o pseudo-tale – si dovrà mostrare sin dall’inizio al fruitore, dandogli la possibilità di farsi trascinare dal suo maligno carisma o di farlo impallidire davanti alla grandezza del suo piano.

Citiamo “Il Cavaliere Oscuro” come altro esempio di grande piano progettato da un freak: il piano del Joker di gettare la città nel caos è talmente articolato che prende forma agli occhi dello spettatore solo dopo la metà, ma sin da subito il personaggio impegna la scena con la propria ingombrante immagine, tanto che, quando lo spettatore comprende la complessità di quel piano criminale, si sente quasi di esserne vittima. Se questo piano di Rieu per purificare la Terra dal male è stato appena annunciato adesso, come potrà mai lo spettatore sentirsi intimidito da esso nelle prossime due puntate?

Inevitabilmente, verrà spiegato in poco tempo e non riuscirà a prendere quella forma voluta dandoci quel senso di irreversibilità. Se Alan Moore avesse descritto così il piano di Veidt in “Watchmen”, probabilmente il graphic novel non avrebbe avuto nemmeno la metà del riconoscimento, né tutto ciò che ne è seguito dopo; anche se, considerando il film del 2009, “Before Watchmen” e questa serie tivù, forse non sarebbe stato neppure un male. Senza alcun dubbio, una delle serie televisive più trash degli ultimi anni.

MANUEL DI MAGGIO

Recensione episodio precedente: https://metropolitanmagazine.it/watchmen-la-serie-recensione-terzo-episodio/

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