Esiste un momento nell’arco di vita di una guerra, in cui questa passa dall’essere fenomeno mediatico rilevante a sottofondo silenzioso delle nostre vite. Ciò accade per quei conflitti che, arrivati sui social media, acquisiscono una grossa visibilità a scapito di altri conflitti “fantasma” che non vengono considerati a dovere. L’importanza degli avvenimenti impone la costituzione di nuovi ruoli, di cui devono farsi carico proprio gli utenti iscritti alle piattaforme. Il tentativo, è quello di ostacolare il fenomeno di dimenticanza collettiva procurato dai social stessi, nei confronti di tali eventi.

La realtà silenziosa dei conflitti “fantasma”
Attualmente nel mondo, secondo statistiche ufficiali, si contano circa 56 conflitti militari attivi dei quali ne conosciamo solo un numero esiguo. Infatti per chi non si diletta di geopolitica, l’attenzione ricade solitamente sui casi che hanno riscosso maggiore mediaticità negli ultimi tempi. Un esempio é stata l’escalation del conflitto israelo-palestinese in Medio Oriente sulla striscia di Gaza nel 2023, o ”l’operazione militare” iniziata dalla Russia in Ucraina nel 2022. O ancora, quella scoppiata a Febbraio 2026 in Iran. Casi che hanno riscosso particolare interesse per la drammaticità dei loro eventi e per la violenza storica alle spalle. Pochi altri sono riusciti ad ottenere lo stesso impatto mediatico. Alcuni rimangono solo un dato all’interno dei report statistici, che anno dopo anno si limitano a giustificare il consistente numero di perdite umane derivanti dall’impiego bellico. Nonostante la percentuale di morti sia inferiore, non significa che queste situazioni non debbano ritenersi altrettanto critiche. Sono però rare le occasioni in cui se ne sente parlare.
Conflitti mediatici e nuovi ruoli nel panorama social
Oggi le nostre principali fonti di informazioni sono i social networks. Ciò che passa attraverso essi riesce a raggiungerci con estrema facilità, e così anche i casi di cronaca. Quel che vediamo sui social, diventa ciò che esiste attorno a noi. Ciò che non vediamo non è rilevante, oppure é evidentemente scontato. Ma quanto possiamo dare per scontata la guerra? É sporadico imbattersi in post in cui si pongono sotto osservazione conflitti minori ma altrettanto gravi. E quando finalmente accade, questi non ottengono il riscontro che necessiterebbero.
Quando a scoppiare è però un conflitto che assume da subito una rilevanza mediatica importante, avviene come una sorta di mobilitazione sociale. Questa differisce dai circuiti d’aiuto normalmente attivati da volontari o attivisti, che intraprendono pericolose spedizioni rischiando la propria vita per fornire risorse umanitarie o aprire corridoi di soccorso verso i Paesi in difficoltà.
Come il caso della Global Sumud Flotilla, la cui missione iniziata nel 2025 e ripresa quest’anno è supportata e monitorata da milioni di utenti. É infatti possibile seguirla sul sito di tracking ufficiale, mentre ora dopo ora si avvicina alla striscia di Gaza. Ancora diverso è il contributo dei manifestanti che scendono nelle piazze a comunicare la loro posizione di condanna verso gli effetti della guerra. O ancora, quello dei reporter, la cui missione è documentare le atrocità dietro gli scontri direttamente sul campo. Di questi ultimi, si contano ogni anno decine di perdite.
La mobilitazione nell’era delle piattaforme e l’utilizzo dei social come strumenti di supporto alle crisi belliche
Ebbene esiste un’altra forma mobilitativa più “statica”, quella che avviene nelle nostre case. Una forma che ci coinvolge a livello intenzionale ma non vede un’attivazione del nostro apparato motorio. Non per questo, è da ritenersi meno importante. È infatti per natura umana che siamo portati a esprimere solidarietà nei confronti di chi versa in una condizione di disagio. Oggi, siamo abituati a farlo in una maniera del tutto atipica: scrollando, mettendo like sui social media, condividendo post e stories.
Azioni che teoricamente non ci vengono a costare nulla, oggi per qualcuno possono valere davvero tanto. È così che nascono iniziative di supporto economico importanti, come raccolte fondi, associazioni benefiche e reti di sussidi. Indirizzate verso i superstiti o chi é in gravi difficoltà economiche post-guerra. Anche strumenti come live streaming, dirette e tik tok possono trasformarsi in cappe di sostegno e visibilità.
É il caso di Renad Attallah, la bambina palestinese famosa su Tik Tok per le sue video ricette realizzate con il cibo degli aiuti alimentari. In poco tempo è riuscita ad ottenere più di 1k di followers, ed è grazie al loro sostegno che le è stato possibile trasferirsi in Olanda. Oggi Renad si batte per aiutare persone con la sua stessa storia, attraverso il web. Altrettanto utili sono i circuiti di pagine estere che si occupano di fare entrare le notizie, laddove i contenuti informativi sono bloccati dalla censura. Restituiscono così alle persone il loro diritto all’informazione, boicottando i divieti dei loro regimi politici.
Lo smartphone, un’arma a doppio taglio
Nell’era digitale, la guerra è una questione di visibilità. Parlarne conta, ma è fenomeno comune che quando la novità diventa abitudine, quando i fronti si stabilizzano e i droni nel cielo appaiono più come decori panoramici che come minacce, che l’interesse verso i fatti inizia precocemente a sfumare. Sono numerosi infatti i selfie di persone che immortalano come fossero stelle cadenti, i bagliori luminosi di missili e droni militari, in un’estetica dell’orrore. Così facendo, la sofferenza viene oscurata a favore di una spettacolarizzazione della crudeltà. Il paradosso é che casi di questo genere, sono inaspettatamente i più accolti online.
D’altronde online, l’utente medio inghiotte le notizie il più delle volte senza interiorizzarle davvero. Lo shock iniziale di fronte a una strage viene smorzato da una successione di micro-forme informative che possono essere ingurgitate l’una dopo l’altra. Con leggerezza, e senza che comportino azioni solidali o la maturazione da parte sua di un senso di responsabilità nei confronti degli avvenimenti.
É un meccanismo che gli permette di non sentirsi in colpa, e di non essere preso in causa a lungo termine. Si diffonde l’idea del “se non lo faccio io, lo faranno gli altri” e così, modelliamo gli algoritmi. Li addestriamo a non suggerirci più ciò che può indirizzare la nostra attenzione verso quella specifica situazione. Passiamo dall’aggiornare costantemente le pagine dei notiziari in attesa di sviluppi di quel conflitto che seguivamo con preoccupazione, fino a dimenticare improvvisamente il perché di quell’azione diventata quasi di routine. La verità é che quando l’hype inizia a calare, i contenuti rallentano, e con essi diminuisce anche la loro rilevanza nelle nostre vite. E così anche i casi più esposti, vengono celati dall’alone del disinteresse.
Non più un sottofondo, ripartire dai social per fare rumore
Ciò trasforma i social da potenti alleati a insensibili nemici, ma tocca a noi trovare un punto d’incontro con essi. Il carico di questo abbandono collettivo viene comunque assorbito dai pochi che credono ancora che anche solo un piccolo pensiero o un gesto a distanza possa fare la differenza. Persone che non riducono chi chiede aiuto a un contenuto ignorabile, ma rinnovano ogni giorno il desiderio di poterle aiutare. Collettivi, divulgatori, professionisti e amatori dell’informazione, semplici esseri umani consapevoli. Sono loro che cercano di abbattere i muri costruiti dall’indifferenza continuando ad aggiornarsi, a informare, a promuovere campagne di sensibilizzazione, perché basta semplicemente un tap. Così facendo restituiscono un’utilità allo strumento che abbiamo costantemente tra le mani. Quel punto di partenza fondamentale per riprendere a “fare rumore”.





