L’Oman ha elaborato una proposta per una nuova gestione dello Stretto di Hormuz insieme all’Iran. Lo riporta il New York Times, specificando che, secondo il piano, le navi pagherebbero un pedaggio su base volontaria, finalizzato a pagare servizi di navigazione, sicurezza e ambientali.
L’Oman, almeno pubblicamente, continua a sostenere che imporre un pedaggio per il semplice diritto di transito sarebbe contrario al diritto internazionale.
Il ministro degli Esteri Badr al-Busaidi ha distinto tra un’eventuale tariffa di transito, che considera illegale, e compensi per servizi forniti dagli Stati rivieraschi, come sicurezza della navigazione, gestione delle rotte o altri servizi marittimi. Il modello richiamato sarebbe quello dello Stretto di Malacca, dove esiste un sistema di contributi volontari destinati alla sicurezza della navigazione. Il Paese, che si è guadagnato una reputazione di neutralità fungendo da mediatore tra i due litiganti, deve mantenere un equilibrio sempre più difficile: quando il mese scorso è emerso che aveva discusso la possibilità di collaborare con l’Iran per applicare tariffe di servizio nello stretto, il presidente Trump ha minacciato di bombardarlo.
Per l’Iran, secondo il funzionario citato dal New York Times, i pagamenti dovrebbero invece essere obbligatori. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha dichiarato che Teheran punta a raggiungere un’intesa con Muscat sulla gestione dello stretto, ma ha avvertito che, in mancanza di un accordo, l’Iran sarebbe pronto ad agire autonomamente.
Nei giorni scorsi il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha ribadito che un accordo finale non potrà prevedere pedaggi imposti dall’Iran per il passaggio delle navi, mentre il presidente Donald Trump ha definito “inaccettabile” l’ipotesi di tariffe sul transito. Rimane invece meno chiaro se Washington possa accettare un sistema di contributi volontari legati ai servizi di sicurezza, come proposto dall’Oman.





