Può una sfilata finire in un museo? E soprattutto: la moda può essere considerata arte? Oggi la risposta sembra quasi scontata, ma quarant’anni fa era una questione che divideva critici, storici e addetti ai lavori. È proprio da questa domanda che parte “After. Un Percorso di Lavoro. Fendi/Karl Lagerfeld 1985”, la nuova mostra voluta da Maria Grazia Chiuri che riporta in vita una delle esposizioni più rivoluzionarie mai dedicate alla moda italiana.
L’inaugurazione, ospitata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, arriva in contemporanea con il debutto della prima collezione Haute Couture di Chiuri per Fendi e rappresenta molto più di una semplice operazione nostalgia.
È un viaggio nel momento in cui la moda ha iniziato a pretendere il proprio posto nei musei.
Nel 1985 fu uno scandalo, oggi sembra la cosa più naturale del mondo
Oggi siamo abituati a vedere mostre dedicate a Dior, Chanel, Alexander McQueen o Yves Saint Laurent. Ma nel 1985 non era affatto così.
Quando Karl Lagerfeld e le sorelle Fendi decisero di portare il loro lavoro all’interno di un museo d’arte contemporanea, la scelta scatenò un enorme dibattito. Per molti, la moda non meritava di condividere gli stessi spazi delle opere d’arte. Maria Grazia Chiuri non ha mai nascosto quanto quell’esposizione abbia influenzato il suo percorso creativo. Per questo ha deciso di riportarla in vita, permettendo a una nuova generazione di riscoprire un capitolo fondamentale della storia della moda italiana
La parola più importante del titolo è proprio After. Non si tratta infatti di ricostruire fedelmente la mostra del 1985, ma di rileggerla con gli occhi del presente. Molti dei pezzi originali non esistono più o non sono stati recuperati. Per questo alcune opere sono state sostituite con riproduzioni realizzate partendo dagli archivi storici di Fendi, mantenendo però intatto il percorso immaginato da Karl Lagerfeld. È un po’ come riguardare un film cult dopo vent’anni.
Karl Lagerfeld aveva già immaginato il futuro
Passeggiando tra le sale della mostra emerge una cosa chiarissima, Karl Lagerfeld non disegnava semplicemente vestiti, ma costruiva idee. Bozzetti annotati nei minimi dettagli, storyboard, campionature, prove di materiali e sperimentazioni raccontano un creativo che vedeva la moda come un laboratorio continuo.
Le sue intuizioni sulle lavorazioni, sulle tecnologie e perfino sull’utilizzo delle immagini sembrano sorprendentemente contemporanee, quasi come se avesse previsto il modo in cui oggi raccontiamo la moda attraverso contenuti digitali, video e social network.
Il cuore della mostra? L’artigianato
Tra le installazioni più spettacolari spicca una gigantesca struttura metallica ispirata al Bauhaus, dove le pellicce sembrano quasi fluttuare nello spazio grazie a un sistema di elementi meccanici in movimento. Ma il vero protagonista resta il lavoro dell’atelier.
La mostra racconta infatti tutto il processo creativo: dai primi schizzi fino alla realizzazione finale, mettendo finalmente sotto i riflettori il lavoro delle petites mains, delle sarte e degli artigiani che hanno trasformato le idee di Lagerfeld in capi diventati iconici.
È un omaggio a quel savoir-faire che continua ancora oggi a rappresentare il cuore dell’alta moda.
Moda e pelliccia: un passato che non si può cancellare
Uno dei temi più delicati affrontati dall’esposizione riguarda naturalmente la pelliccia. Guardare oggi gli archivi Fendi significa confrontarsi con una parte della storia della maison che appartiene a un contesto molto diverso rispetto a quello attuale.
I curatori non evitano la questione, ma invitano il pubblico a osservare questi capi come documenti storici, testimonianze di un’epoca e di una tecnica artigianale che ha contribuito a costruire il successo internazionale del Made in Italy.





