Parliamoci chiaramente, alla società delle persone disabili non importa. Che si tratti di una disabilità fisica o mentale, visibile o invisibile, la maggior parte delle persone non ci pensa proprio. La persona disabile esiste? Se ignoriamo le persone disabili è più facile ignorare il sistema di discriminazione che le opprime quotidianamente: l’abilismo.
Il Ddl Zan poneva le basi per tutelare non solo contro l’omolesbobitransfobia, ma anche contro la violenza di genere e l’abilismo. Eppure nessun ne parla. Perché?
Cos’è l’abilismo e perché si trova nel Ddl Zan?
In inglese “persone con disabilità” si dice “disabled people”. In questo caso la traduzione è “disabilitate”. Ma da chi? Dalla società, o meglio dalla una larga fetta di questa. Mentre la discriminazione nei confronti delle persone disabili si dice “ableism” o “disableism”. In Italia si dovrebbe usare il termine “abilismo”, ma è ancora difficile da trovare sulle pubblicazioni o in televisione. Tanto difficile da trovare che se lo scrivete il correttore automatico lo cambia con abilissimo. Non fa sorridere? No.
L’abilismo consiste nella discriminazione e nel pregiudizio contro persone con disabilità (visibili e invisibili) basati sull’idea che tutte le altre persone (spesso definite “normodotate”) siano superiori. È strettamente correlato alla credenza collettiva che le persone disabili debbano essere “sistemate” e la loro disabilità le definisca. Come altre discriminazioni, esempio quella razziale e/o sessuale classifica un gruppo di persone come minoranza.
Elena Paolini, su The Vision scrive:
Si parla di “indifferenza”, “superficialità”, “discriminazione” in modo generico, perché manca nel discorso pubblico il termine esatto per definire questo fenomeno: abilismo, appunto.
Anche nell’abilismo esistono luoghi comuni e stereotipi. L’abilismo, a differenza di altre minoranze, spesso viene lasciato fuori dai discorsi. È un fenomeno enormemente ignorato perché parte del vizio linguistico, giustificato dall’uso quotidiano. Il mondo, tutto, è completamente e (anche) inconsapevolmente “abilista”.
Il DDL Zan faceva anche questo: proteggeva e tutelava i diritti delle persone disabili, inserendole in una categoria di “fragili”. Siamo persone fragili nel momento in cui una caratteristica che ci descrive, ma non ci definisce, viene utilizzata per motivare odio, violenze o abusi. Soprattutto quando questa “fragilità” viene cucita addosso da altri e quando questa giustifica la marginalizzazione.
Disabilità: le parole sono importanti, le offese di più
Le parole che spesso utilizziamo come insulto, prendono a piene mani dalle discriminazioni. Dobbiamo ancora vedere qualcuno essere insultato perché bianco o etero o non disabile. Gli insulti, meglio definibili come “slurs“, sono determinate dalla contrapposizione tra maggioranza di potere e minoranza marginalizzata. Il luogo di origine degli insulti è la distanza tra le due categorie di persone, più questa è ampia maggiore sarà la violenza della discriminazione.
Se siamo puntine che tengono insieme un complesso gioco di fili (società e rapporti), siamo al centro di una tela di ragno della quale siamo prigionieri e/o influenzati per via delle caratteristiche che ci compongono. La vicinanza con un problema, tra puntini e fili, diventa parte del nostro schema di valori (positivo o negativo), ma la sua lontananza? Genera violenza.
Anche la vicinanza gioca un fattore essenziale nella creazione di una violenza e di un abuso, è innegabile, ma entrano in gioco fattori diversi rispetto a quelli del branco che caccia insieme una preda. È proprio in questa tradizione che catcalling, insulti razziali, omofobici e abilisti continuano a resistere e, anzi, a trovare nuova linfa vitale.
Perché non si parla del Ddl Zan come strumento contro l’abilismo?
È lecito domandarsi perché non si parla del Ddl Zan come uno strumento contro l’abilismo e perché viene descritto solo come un disegno di legge contro l’omolesbobitransfobia. Bella domanda, ma il messaggio è chiaro: la disabilità non polarizza tanto quanto l’orientamento sessuale o l’identità di genere.
Ponendomi questa domanda ho ricordato il testo di Marina Cuollo, A disabilandia si tromba. Un’interessante lettura antropologica, per quanto in chiave ironica, che schematizza le tipologie di persone che si approcciano ed entrano in contatto con le persone disabili. Purtroppo non ci sono solo alleati, ma anche ferventi credenti, pietosi e stronzi.
Ci vedete i cattolici credenti che vogliono proteggere il mondo dall’omosessualità, dalla libera scelta, dall’aborto, dall’educazione sessuale e sentimentale – e chi più ne ha più ne metta – a dire: “la disabilità è una deriva medica” (semi cit.) o “mettiamo anche i disabili tra le categorie che la legge Mancino protegge?”. No, neanche io ce li vedo e sapete perché? Perché sono ipocriti.
Se la campagna pro DDL, se il dibattito di attivist* e celebrità, avesse inquadrato l’intero spettro delle persone che il disegno di legge andava a tutelare, con una particolare attenzione alle persone disabili, molto probabilmente non ci saremmo incastrati per mesi. Probabilmente il Ddl Zan non sarebbe stato affossato.
Lo sospettavamo tutti che le destre, o chi ha tradito dello schieramento pro Ddl Zan, non avrebbero mai discusso un punto a sfavore del disegno di legge se il focus fosse stato un altro. Proprio per questo gli oppositori si sono spinti tanto oltre contro l’identità di genere.
La riposta, ancora una volta, non è nella politica cieca dietro i propri giochetti, ma è nell’attivismo. Nel progresso, nelle politiche di genere, nelle politiche inclusive, nel femminismo intersezionale, nella lotta al body shaming, alla motivazione della body positivity, in tutti questi ambienti risuonano le istanze delle persone disabili.
Saluti:
Ciao! Il mio nome è Martina, anche se tutt* mi chiamano Marti sin da quando sono piccola, ho 23 anni e da un paio d’anni sono impegnata nel mio piccolo a fare attivismo sul mio blog Instagram Revolution social(e).
Sono una ragazza CHD, ossia nata con una malattia congenita cardiaca e queer (pansessuale).
Le mie più grandi passioni sono l’arte e il cinema, infatti il mio sogno è diventare sceneggiatrice. L’altra mia passione è aiutare le persone, motivo per cui ho iniziato a fare attivismo: alzare la voce, supportare e prendere per mano chiunque non abbia questa fortuna mi fa stare bene.
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Articolo di Giorgia Bonamoneta, in collaborazione con Martina Botta.





