Quando Henry è adulto, è ancora con i due vecchi amici, e fra loro si chiamano confidenzialmente “bravi ragazzi”. Questo è un film capolavoro di Martin Scorsese. È il racconto definitivo sulla mafia italo-americana, che ha cambiato il modo di guardarla. “Quei bravi ragazzi” (Goodfellas), stasera in tv su canale Iris alle 21.00. Con un cast stellare, Robert De Niro, Ray Liotta, Joe Pesci.

Quei bravi ragazzi di Scorsese, che devono guardarsi alle spalle

"Quei bravi ragazzi", foto da Libero Quotidiano
“Quei bravi ragazzi”, foto da LiberoQuotidiano

Scorsese fa al meglio il suo mestiere, raccontare il fenomeno della mafia newyorchese anni ’50. Non quella delle grandi famiglie, tipo Il Padrino, ma quella dei piccoli affari legati al crimine di medio rango. Fra vacanze di lusso, notti passate con innumerevoli donne, i tre compagni, divenuti ormai inseparabili, godono dei vantaggi del malaffare. E hanno il mondo criminale ai loro piedi. Henry Hill (Ray Liotta), mezzosangue italo-irlandese, è l’italoamericano che fa carriera da gangster. All’età di tredici anni sa già di voler diventare un gangster: “Per me fare il gangster è sempre stato meglio che fare il presidente degli Stati Uniti“. La sua scalata fra omicidi di rito e l’immancabile incontro con la droga. Un’avventura in ascesa e discesa da criminale, poi pentito. Ma la vita riserva delle sorprese. Qualcosa si incrina nelle convinzioni di Henry, che sarà costretto a fare scelte che cambieranno per sempre il resto della sua esistenza.

L’attore Ray Liotta, fece di tutto per ottenere la parte. Una volta avuta, gli è stato però impedito di incontrare il vero Hill. Scorsese temeva che avrebbe potuto influenzare l’interpretazione di Liotta. A cui non resta che ascoltare alcune registrazioni di Hill, per studiarne il modo di parlare. Il famigerato Jimmy Conway (Robert De Niro), con il suo volto da bandito serio, e gelido, accompagnerà Henry nel mondo dei gangster. La sua credibilità, il suo pungente , è tutto in un monito: “Non tradire gli amici e tieni sempre la bocca chiusa“. E poi, Tommy De Vito (Joe Pesci), detto “Tommy sputa e lustra”, per il suo passato da lustrascarpe imbattibile. Guai a ricordare ‘all’arrivato’ Tommy, la sua vita precedente in ginocchio con la cassetta da lavoro. Irascibile, con crisi di rabbia esagerate: “Mi trovi buffo? Buffo in che senso?”.

‘Tommy sputa e lustra’, il bravo ragazzo vince l’Oscar

Nella parte di Tommy De Vito, ispirata chiaramente al mafioso Thomas De Simone, Pesci si aggiudicò l’Oscar come miglior attore non protagonista. Così, i quartieri malfamati di Brooklyn e Manhattan (New York), vedono crescere tra minoranze sociali e etnie delinquenziali, con poche speranze e rare virtù, i tre pericolosi uomini. Fuori da ogni legge possibile. Quando ti trovi una brava ragazza?”. – “Ne trovo una ogni sera, mamma.

Quei bravi ragazzi“, è tratto dal romanzo “Il delitto paga bene” di Nicholas Pileggi, basato sulle vicende del pentito Henry Hill. E diventa un film nel 1990, (“Goodfellas“), con la mano di Scorsese. Il regista siculo-americano, con una struttura narrativa non tradizionale (un revival avanti e indietro nel tempo), ne fa un film definito uno dei migliori della storia del cinema. Candidato poi a sei premi Oscar, e ancora oggi ineguagliato, che si aggiudica anche il contrassegno che pesa: ‘tratto da una storia vera’. In “Quei bravi ragazzi“, si parla di attività criminale come una normale carriera professionale. “Ci trattavano come delle stelle del cinema, ma eravamo più potenti, noi avevamo tutto. Le nostre mogli, le madri, i figli campavano bene con noi. Io avevo dei sacchetti pieni di gioielli nella credenza di cucina, avevo una zuccheriera piena di cocaina sul comodino accanto al letto“. (Henry). La bravura del regista è far sognare in mezzo al fango, all’ombra della mala, tra sangue e regolamento di conti. La macchina da presa si muove in piano sequenza, fermo immagine sui volti (non ce n’è uno sgradito e ogni faccia è quella giusta), e dà spettacolo, crea il sogno.

Ragù di carne più importante di una vita umana: Quei bravi ragazzi

Quei bravi ragazzi” è un vero ‘saggio di antropologia mafiosa’, che svela abitudini, studia comportamenti, mentalità, della delinquenza. Scelleratezza, trionfo del cinismo, ironia beffarda, furia incontrollabile, tutto immerso nella quotidianità del male. “Scommettevo 30 mila dollari ai cavalli di domenica e sperperavo le vincite la settimana dopo, oppure ricorrevo agli strozzini per pagare gli allibratori. Adesso è tutto finito.. io devo fare la fila come tutti gli altri e si mangia anche di schifo. Appena arrivato ordinai un piatto di spaghetti alla marinara e mi portarono le fettuccine col Ketchup. Sono diventato una normale nullità.” (Henry).

Un connubbio perfetto tra pasta al sugo e crudezza delle immagini, traffico di droga e cipolla nel ragù, quando si racconta dei pasti preparati in carcere. Mentre il tono si fa mordente e sagace, quando i protagonisti, nonostante un corpo nascosto nel bagagliaio, sono costretti a cenare con la madre di Tommy. Sembrano tutti amici, ma un bacio nasconde il pugnale, in nome dell’infame codice etico mafioso.

Il cameo della madre di Martin Scorsese

In prigione la cena era una grande occasione. C’era sempre un primo di pasta e un secondo di carne o pesce. Paulie stava scontando un anno per oltraggio alla corte e aveva una mano favolosa per tagliare l’aglio. Usava una lametta e lo affettava così sottile che si scioglieva nella padella con pochissimo olio.. Vinnie era incaricato della salsa di pomodoro, secondo me ci metteva un po’ troppa cipolla ma era sempre un’ottima salsa. Johnny Dio faceva la carne, non avevamo la graticola e Johnny faceva tutto in padella. Affumicava tutta la prigione e i secondini tremavano un po’, ma faceva delle bistecche favolose. Quando si pensa alla prigione vengono in mente quei vecchi film dove si vedeva tutta quella gente che si agitava dietro le sbarre, ma non era così per noi bravi ragazzi. Non si stava poi tanto male, salvo che mi mancava Jimmy, lui scontava la sua pena ad Atlanta. Tutti gli altri scontavano una pena vera, tutti ammucchiati insieme vivendo come porci, ma noi vivevamo soli ed eravamo padroni della prigione. Anche i secondini, che non riuscivamo a corrompere, non avrebbero mai fatto la spia“.

Il sugo preparato in carcere, segue fedelmente la ricetta di Catherine, madre di Martin Scorsese. Che ha un cameo nel film. La ricetta è presente anche nei titoli di coda del documentario ‘Italianamerican‘, nel quale i genitori del regista raccontano storie di emigrazione, il loro passato a New York, le radici siciliane. E la madre svela ingredienti, esecuzione e segreti di quel leggendario ragù. Imperdibile.

Il talento di Martin per la canzone giusta

Scorsese ha scelto anche musiche favolose per il film: ha fatto suonare “Layla“, sul set mentre girava la scena in cui i cadaveri vengono scoperti nell’auto e nel camion della carne. A volte, i testi delle canzoni venivano messi anche tra le righe di dialogo per commentare l’azione. “Dalla miseria alla ricchezza” di Tony Bennett sui titoli di apertura, e “Parlami d’amore Mariu” di Giuseppe Di Stefano quando il giovane Henry viene pizzicato per aver venduto sigarette. I gangster al seguito di Hill, si sentono sofisticati quanto “Ol’ Blue Eyes“, canzone di Frank Sinatra, anche se in verità, sono soltanto un branco di delinquenti in doppio petto firmato. Nella scena filmata al ristorante, la voce fuori campo e Il cielo in una stanza” come sottofondo. ” ‘Loro’ non erano mica come tutti gli altri, ‘loro’ facevano quello che volevano, e nessuno chiamava mai la polizia. I ragazzi arrivavano in Cadillac e me le lasciavano parcheggiare. Giorno per giorno imparavo come si campava a sbafo, un dollaro qua un dollaro là. Vivevo come in un sogno“. (Henry).

Federica De Candia

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