Analizziamo un concerto registrato nel corso di un tour invernale tra il grandissimo Fabrizio De André e la PFM, la Premiata Forneria Marconi. Questo live, più noto col titolo “Fabrizio De André in concerto – Arrangiamenti PFM“, è una delle più alte testimonianze della musica d’autore italiana. Riscopriremo l’incontro fra le ballate faberiane e i raffinati timbri progressive rock della band lombarda. Le pietre miliari della discografia di faber acquistano forme imprevedibili, brillanti e stimolanti. L’esperienza servirà soprattutto a De André, che allargherà a dismisura i propri orizzonti musicali: se ne vedranno i frutti nel corso degli anni ottanta.

La nascita del progetto

Fabrizio De Andrè e Pfm

Andiamo per ordine… Le cronache recitano che Faber andò a vedere la PFM durante il tour di PASSPARTÙ nell’estate del 1978 e ne rimase affascinato. Affascinato ma anche titubante dall’idea di essere accompagnato da quello, che all’epoca, era il gruppo italiano più conosciuto all’estero. In realtà De André ci aveva già provato quattro anni prima facendosi accompagnare dai New Trolls nel suo primo tour solista, ma in quella occasione la band si era limitata a eseguire i pezzi del cantautore genovese nella loro versione in studio.

Quando questo disco esce nei negozi, nel 1979, la musica rock non è ancora stata del tutto sdoganata in Italia. Certo, dire che il cantautorato non era ancora stato toccato nemmeno in minima parte da atmosfere rock, come troverete scritto in varie fonti, non è esatto. Ivan Graziani, Eugenio Finardi e diversi progetti nell’ambito del rock progressivo avevano già dimostrato che musica d’autore e chitarre elettriche potevano convivere. Se pensiamo alla musica internazionale, il discorso è ancora più ampio. Il rock d’autore è una realtà da più di dieci anni. Ovvero, dall’affaire del Newport Jazz Festival e dei fischi dei puristi all’indirizzo di Bob Dylan. Eppure, quando viene pubblicato questo disco, qualche polemica arriva. De André viene accusato da alcuni di essersi venduto al mercato, di essere diventato commerciale, qualsiasi cosa voglia dire questa parola è sempre in bocca ai più ottusi critici. È paradossale ed emblematico dell’arretratezza italiana in ambito rock il fatto che, in tono molto minore, Fabrizio riviva il processo a cui fu sottoposto Bob Dylan oltre dieci anni prima.

Il progetto Faber e PFM: inquadramento storico

Alla fine degli anni settanta, i famosi anni di piombo tanto rimpianti da chi non li ha vissuti o non li ricorda bene, vige ancora una distinzione ferrea tra musica d’autore e musica disimpegnata. La prima vuole gli artisti seri se non seriosi, impegnati politicamente e dediti ad arrangiamenti scarni e preferibilmente acustici. La parte musicale, sembra uno scherzo, non deve essere preminente. Anzi, se le canzoni suonano tutte uguali, magari solo chitarra e voce, il primo passo verso il disco d’autore pare fatto. In questo clima, abbinare il cantautore più rispettato e serio d’Italia, Fabrizio De André, a una band di grande livello ma indubitabilmente rock come la PFM, suona come un’eresia.

L’autunno del ’78 venne passato dalla band a dare un nuovo vestito ai brani di De André e nel dicembre dello stesso anno, appena prima di festeggiare il Natale, il tour partì. De André ha appena pubblicato Rimini ed è molto indeciso sulla via da prendere. Da sempre restio, soprattutto per la proverbiale timidezza, alla vita sul palco, Fabrizio pensa che una scelta di rottura totale come quella di proporre il repertorio arrangiato in chiave rock possa essere quella giusta.

Il concerto

È forse la scatenata versione de Il Pescatore, brano del 1970 mai troppo considerato, a trascinare al successo tutto il disco. Il cantautore ricorda a proposito: “L’idea di un tour con un gruppo rock sulle prime mi spaventò, ma il rischio ha sempre il suo fascino: forse in una vita precedente ero un pirata, e così una parte di me mi diceva di accettare. In più ero tormentato da interrogativi sul mio ruolo, sul mio lavoro, sull’assenza di nuove motivazioni. E la PFM mi risolse il problema, dandomi una formidabile spinta verso il futuro. La tournée con loro è stata un’esperienza irripetibile perché si trattava di un gruppo affiatato con una storia importante, che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco, un giorno hanno preso tutto questo e l’hanno messo al mio servizio.

Il lavoro della PFM è eccezionale: le canzoni appaiono allo stesso tempo uguali e rivoluzionate. De André dal vivo pare sicuro come mai prima e ogni componente della band si ritaglia lo spazio per far vedere le proprie qualità senza che le canzoni diventino occasione di futile virtuosismo. La voce di De André è ferma e profonda, riesce a fondersi coi nuovi arrangiamenti evitando l’effetto corpo estraneo che si poteva forse temere.

Il gran finale di Vol. 1: Amico Fragile

Il disco “Fabrizio De André in concerto – Arrangiamenti PFM Voil. 1” si chiude con Amico Fragile, una delle canzoni più importanti del repertorio di De André. Apparsa per la prima volta su Volume 8 del 1975 con un arrangiamento orchestrale alla Leonard Cohen, e una durata di poco più di cinque minuti. In questo disco Amico Fragile è trasfigurata. La durata, intanto è ben oltre i nove minuti, l’arrangiamento paga pegno a certe atmosfere floydiane.che Mussida ci regala. Possiamo sentire una delle parti di chitarra più belle del rock italiano, una vera perla che non ha nulla da invidiare a tanti assoli osannati di David Gilmour o altre star del rock internazionale. Giusto per dire.. la celebre Comfortably Numb dei Pink Floyd, non lontanissima da certe suggestioni di Amico Fragile, arriverà solo qualche mese dopo.

Il grande successo e Vol. 2

Il tour, a causa di afonie varie di Faber, contestazioni continue. Basta ricordare al PalaEur di Roma quando De André fu costretto a fermarsi e parlare con i contestatori per ristabilire la calma e la cancellazione delle date in Sud Italia, durò poco più di un mese, terminando il 1° febbraio a Trieste dopo 29 esibizioni. 

In origine, il live che viene tratto da quei concerti, registrato a Bologna e Firenze, doveva essere un singolo disco. Dopo il successo strepitoso viene deciso di pubblicare il secondo volume.

Questo secondo volume del live tra Fabrizio De André e la PFM sembra un disco di b-side. Anche questo Volume 2 è molto bello, però non presenta totalmente la carica dirompente del primo volume. Forse perché i brani più conosciuti erano già stati pubblicati.

Come sempre gli arrangiamenti della PFM sono fantastici: fantasiosi come non mai. Il confronto con l’originale non tiene: avevano dato nuova vita a brani “di nicchia” rendendoli popolari.

Vol. 2; un concept album?

Questo secondo volume inizia con una storia di perdizione e redenzione, raccontata prima in ‘Avventura a Durango‘ e poi in Sally. Alle classiche tematiche di Faber, si mescolano, a livello poetico, echi di Leonard Cohen, Bob Dylan e di William Butler Yeats. Ecco, parlando di Yeats, forse può essere questa una chiave di lettura delle canzoni in questo secondo album, rispetto al precedente: esoterismo. Esoteriche nel testo di “Sally” e “Rimini”, appartenenti, insieme alla dylaniana “Avventura a Durango”, al suo ultimo periodo con Bubola.

I brani sono esoterici nell’argomento trattato ad eccezione di “Verranno a chiederti del nostro amore” e “Via del campo”. Questi due brani sono un altro discorso: di esoterico non hanno molto, ma parlano di amore, un amore “politico”, “adulto”, “conformista”, “cerebrale” contrapposto a un amore “infantile”, “ideale” e “puro” al di là delle apparenze e convenzioni. E sono forse, rispettivamente, l’emblema di ciò da cui Faber ha sempre cercato di fuggire e verso cui dirigersi per tutta la sua vita.

Il finale di Vol. 2: il testamento di Tito

Il Vol. 2 si chiude con il brano ‘Il Testamento di Tito‘ dove si trova, probabilmente, uno degli autoritratti ideali più riusciti ed espliciti del personaggio De Andrè. Si può ascoltare l’esposizione della sua filosofia: i suoi contro comandamenti per un nuovo umanesimo. Un’invettiva contro la figura del padre, qui trasfigurato nel padre divino, ma probabilmente, conoscendo la storia, simbolo di un padre molto più terreno e vicino alla sua esperienza di vita, un padre con cui avrebbe fatto pace solo con le canzoni del suo ultimo album, poco prima di morire.

Cosa ci resta di questi spettacoli

‘Fabrizio De André in concerto – Arrangiamenti PFM’, rimane dopo oltre quarant’anni, una pietra miliare dei live italiani. Oggi pare grottesco pensare che quella volta un lavoro del genere potesse scatenare polemiche. A riprova che i contemporanei quasi mai sono in grado di soppesare a dovere i capolavori. Probabilmente, chi oggi osanna un disco così come esempio della musica che non esiste più, all’epoca sarebbe stato tra quelli che lo condannavano come scandaloso.

Alessandro Carugini

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