Dopo la misteriosa scomparsa della propria bambina, una giovane coppia inizia a ricevere strani video e si rende conto che qualcuno ha filmato la loro vita quotidiana, persino i momenti più intimi. La polizia mette la casa sotto sorveglianza per tentare di sorprendere il voyeur, ma la famiglia inizia a sgretolarsi a mano a mano che i segreti si svelano sotto lo sguardo attento di occhi che li osservano da ogni parte. Stranger Eyes, presentato in concorso a Venezia 81, è un claustrofobico thriller singaporiano che parte da un presupposto in apparenza banale, ma sconvolgente: siamo perennemente osservati.
Siew Hua Yeo, classe 1985, può vantare un enorme traguardo, oltre che un grande onore: il suo è, infatti, il primo film di Singapore a concorrere per il Leone D’Oro al Festival. Riguardo la sua opera e l’idea dalla quale tutto ha avuto inizio, ha dichiarato: «Al parco una volta ho visto un uomo. Era anziano, dall’aspetto ordinario. Mentre lo fissavo, ho iniziato a crearci attorno una storia. Ho capito più tardi che stavo proiettando su quest’uomo anziano le mie aspirazioni, arrivando a considerare che poteva essere un riflesso di me stesso. Ero incuriosito dall’emozione di dare segretamente forma a questa storia, quando ho notato le telecamere di sorveglianza tutto intorno a me. Ero stato osservato tutto il tempo. C’è sempre qualcuno che guarda.».
Stranger Eyes presentato a Venezia 81: il Grande Fratello ci guarda

«In un piccolo stato insulare come Singapore, dove non c’è via d’uscita dalla rete di sorveglianza, osservare ed essere osservati diventa un rituale quotidiano. Con un’elevata densità di popolazione e una sorveglianza pervasiva, il moderno paesaggio urbano ci trasforma in testimoni involontari delle vite degli altri, con tutte le conseguenze del caso. Ancora più affascinante è chiedersi in che modo osservare gli altri rifletta le nostre azioni e le percezioni di noi stessi. Dopotutto non possiamo cancellare ciò che abbiamo visto. Stranger Eyes riflette su queste domande e sull’interazione tra vedere e essere visti.». Questa considerazione di Yeo Siew Hua è un ottimo punto di partenza per un’analisi della pellicola e per un dialogo tra il cast e la stampa. Presenti alla conferenza, il regista, gli interpreti Wu Chien-Ho, Lee Kang-Sheng e Anicca Panna, insieme ai co-produttori Fran Borgia, Stefano Centini, Jean-Laurent Csinidis e Alex C. Lo, e al sound designer Tu Duu-Chih.
La prima domanda è proprio per Yeo Siew Hua, al quale viene chiesto da cosa abbia tratto ispirazione per un’idea del genere. «Prendo spunto dalla vita quotidiana», è la sua risposta, «e io vivo a Singapore, che è una città densamente popolata. I grattacieli che vedete nel film esistono davvero, e io stesso apro la finestra, vedo i miei vicini e so che loro vedono me. Singapore ha una sorveglianza molto stretta. Basta camminare per strada e si nota che siamo seguiti dalle videocamere. So che io guardo i vicini e i miei vicini guardano me, è questa la premessa di Stranger Eyes.».
Stranger Eyes: il cast parla del voyeurismo

Ai tre attori principali, invece, viene chiesto come si siano preparati per questi ruoli così sfaccettati e quanto dei rispettivi personaggi si avvicini alle loro personalità. A prendere la parola per prima è Anicca Panna: «Prima di tutto ho iniziato ad approfondire la sceneggiatura, per cercare di capire al meglio cosa volesse il regista, Per quanto riguarda la tematica dell’osservare, invece, ho tirato dentro la mia esperienza personale. Anche a me piace guardare quello che succede nel resto del mondo.».
Decisamente diversa la concezione di Wu Chien-Ho. «Per me la difficoltà principale è stata la pesantezza del tema», confessa la star taiwanese, «e questo argomento era un peso che tenevo nel cuore e che ho mantenuto dentro di me durante le riprese. Solo dopo ogni cut potevamo rilasciare i nostri sentimenti; così abbiamo potuto portare questa pesantezza nelle scene girate.».
Per il villain Lee Kang-Sheng, la questione è più spinosa: «Sono stato attratto dalla sceneggiatura sin dal primo momento, nonostante il mio ruolo sia particolarmente pervertito. Riguardo al voyeurismo, certo, è tutto vero. Girando il film, una volta ho alzato lo sguardo e ho visto su un solo palo nove macchine da presa! Devo però dire che, a fronte di un controllo tale, da noi c’è anche pochissima microcriminalità.».
Venezia 81: Stranger Eyes è un lavoro di squadra internazionale
Quello che salta subito all’occhio, leggendo la scheda del film, è la multiculturalità del progetto; ci sono produttori americani, europei e asiatici, che hanno collaborato per la realizzazione dell’opera. Per Borgia «si è cercato di creare un team creativo internazionale; i produttori sono stati fantastici e il regista è straordinario». Anche per Centini si tratta di una «cooperazione tra talenti di diversi Paesi. Io sono italiano, ma vivo a Taiwan e anche gli altri colleghi hanno storie simili. Con questo tipo di film stiamo dimostrando che si può andare oltre la nazionalità.».
Superstar e orgoglio dell’estremo oriente, Tu Duu-Chih è uno dei progettisti del suono più importanti e noti del cinema asiatico. Per lui, prendere parte a Stranger Eyes è stato un processo «lungo, interessante e lieto. Inserire un sound nel voyeurismo non è stato facile: a volte non vedi, però puoi sentire un suono improvviso che ti fa girare la testa per capirne l’origine. Questo è stato il mio lavoro. Far capire la provenienza di un suono emesso da chi osserva.».
Yeo Siew Hua: «non ci prendiamo più del tempo per osservare con sincerità»
Stranger Eyes pone l’accento sulla componente emotiva dello stalker e sul suo background. Questo approccio vuole indurre a giudicare in maniera diversa lo stalking e il voyeurismo? Dovremmo essere più comprensivi verso di essi? Non necessariamente, almeno secondo il regista, ma non ci si deve fermare alle apparenze. Per Yeo Siew Hua: «Questo è un film con diverse stratificazioni legate all’osservare e all’essere osservati. La cosa interessante è che noi non vediamo mai il quadro completo di una situazione, c’è sempre un gioco di punti di vista diversi. Vediamo uno stalker e pensiamo che sia un pervertito, ma poi ci rendiamo conto che c’è dell’altro sotto. Siamo talmente abituati alla velocità dei social che non ci prendiamo più del tempo per osservare con sincerità. Forse dovremmo.».
L’ultimo quesito affronta un altro tema evidenziato dal lungometraggio, ovvero i rapporti tra membri della stessa famiglia, influenzati dalla presenza di genitori molto controllanti. «Quando parliamo dell’unità familiare non ci riferiamo solo a marito, moglie o figli»-spiega il cineasta- «Ci sono nonni, zii etc., e a volte si vive tutti insieme. Il film è costruito come un racconto intergenerazionale su come questi rapporti generino conseguenze. Spesso viviamo tutti insieme in piccoli appartamenti, come se ci fosse intimità tra noi. In realtà, però, siamo molto soli e alienati anche in casa, e il film studia proprio questo conflitto interno.». Secondo Wu Chien-Ho, «nelle scene abbiamo portato le reali famiglie asiatiche, dove nulla è facile a livello di comunicazione. Tutto si basa sulla formalità e sul rispetto, che non è disamore, ma solo un altro modo per esprimerlo.».
Yeo Siew Hua si congeda con un’ultima riflessione: «Ho un desiderio per Stranger Eyes. Voglio che le persone siano pazienti e che trovino il tempo per osservare ciò che succede. Con un po’ di pazienza tutto appare più chiaro.».
Federica Checchia
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