La scadenza per consegnare un progetto è in arrivo?«Lo faccio domani.». L’esame è alle porte e si è indietro sulla tabella di marcia? «Lo faccio domani.». La pila di piatti nel lavello attende di essere lavata da due giorni? «Lo faccio domani.». Quante volte, di fronte a un compito da portare a termine, dopo essere rimasti a lungo in silenzio, pensierosi, facciamo spallucce e ci rifugiamo in questa frase? Molto spesso, quando si parla di procrastinazione, si tende a confonderla con la pigrizia e la scarsa organizzazione mentale; in realtà le sue radici sono molto piu profonde. Può capitare, come cantava Bruno Mars in The Lazy Song, di non aver voglia di fare nulla per un giorno, ma lo spasmodico rinvio va oltre la semplice accidia.
A onor del vero, spostare in un futuro prossimo una task qualsiasi, che poi potremo rinviare nuovamente, funziona. La pressione di una consegna o di una data sul calendario che si avvicina inesorabile aiutano a volte a focalizzarsi sul lavoro. Si temporeggia finché si può e poi ci si concentra e via, dritti al punto. Il fatto che questa modalità porti al raggiungimento dell’obiettivo, tuttavia, non vuol dire necessariamente che questa strategia sia salutare. L’ansia da deadline e la conseguente “botta di adrenalina”, seppur mutate in una produttività raddoppiata, sul lungo raggio si rivelano più che deleterie per il nostro sistema nervoso.
Procrastinazione: quando l’ansia da prestazione prende il sopravvento

Procrastinare è, a tutti gli effetti, un’estensione dell’ansia, in particolare quella da prestazione. A fronte di una responsabilità assegnataci, lavorativa e non, è possibile che ci si senta incompetenti, inadeguati o del tutto sbagliati per farsene carico. Subentra, dunque, il timore di non fare abbastanza, di non essere abbastanza. La paura del fallimento, quel pensiero ossessivo che ci porta a credere che qualsiasi nostra azione porterà a un errore, che potrebbe rivelarsi fatale per noi e per chi in noi aveva riposto fiducia, diventa una forza inarrestabile che paralizza, e blocca.
Nel film d’animazione Inside Out 2 gli effetti devastanti di uno stato ansioso sono spiegati in modo egregio. Il panico quando si è convinti di non essere adatti a qualcosa, il tarlo del giudizio altrui, la convinzione di non essere in grado di far nulla di concreto, il senso di colpa. E poi ancora il perfezionismo, inculcatoci da famiglia e istituzioni scolastiche, per il quale evitiamo qualsiasi task, a meno che non siamo convinti di poter eseguirla senza alcuna sbavatura.
Procrastinare come meccanismo di difesa
In una società odierna che ci vuole pronti a tutto, scattanti e, soprattutto, performanti, procrastinare si trasforma dunque in un meccanismo di difesa, un metodo irrazionale per allontanare il momento del confronto con la vita. Ci si rifugia nell’illusione di avere ancora tempo a disposizione, per poi ritrovarsi con l’acqua alla gola davanti a una mole di lavoro che appare insormontabile. In un mondo che aspira all’eccellenza ci si sente piccoli, e concentrarsi su quello che si deve fare porta solo a un significativo aumento dello stress.
Anche quando tagliamo la linea del traguardo, dunque, viene difficile godersi il risultato, perché la negatività del percorso ha condizionato i nostri sentimenti. La sindrome dell’impostore, nemica silenziosa della nostra psiche, ci conduce a credere di non esserci meritati quella promozione, quel bel voto, quel complimento. Il successo è stato un caso, non il frutto di costanza e impegno. Meglio, allora, rimandare il momento in cui verremo scoperti e additati per quello che siamo convinti di essere, cioè incapaci.
Procrastinazione: un fenomeno in crescita tra i giovanissimi
Il fenomeno, stando ai dati ufficiali, è in aumento soprattutto tra i giovanissimi. Esposti quotidianamente al confronto con la realtà alterata e patinata dei social, che mostra immagini di persone belle, sicure e realizzate. Schiacciati da una comunità che pretende un rendimento continuo, senza macchia e senza paura. Bombardati dai parenti e dalle generazioni precedenti, che non mancano mai di far notare quanto loro, alla stessa età, avessero già prole, contratto indeterminato e casa di proprietà. Commenti insensibili e falsati, oltretutto, da una situazione socio-economica di oggi totalmente diversa dagli anni Ottanta-Novanta.
I media, inoltre, non perdono occasione di esaltare quello studente che a diciotto anni ha già due lauree, quel bambino prodigio che a tre anni suona quattro strumenti, e così via. Un paragone continuo, dal quale si esce sconfitti in partenza. Troppo facile, quindi, dare la colpa agli smartphone. Certo, in quanto potenti distratrori, anche loro possono influire, ma il cuore del problema risiede nell’insicurezza insita in noi. Insicurezza che diventa dunque angoscia, che può anche evolvere in rabbia, risposta alle pressioni esterne o alle aspettative di cui ci si sente investiti.
Millenials e Gen Z si trovano a fronteggiare una rete sociale che spessissimo li avviluppa in una morsa soffocante. Il terrore di restare indietro su una tabella di marcia che la collettività impone, gli ostacoli nell’affermarsi, il senso d’inferiorità nei confronti di chi appare migliore. Ecco, allora, che quel “domani” diventa un nido sicuro in cui rifugiarsi a riprendere fiato. Cosi facendo si potranno anche scacciare le preoccupazioni per un po’, ma, al tempo stesso, si finisce per tenere lontane anche le soddisfazioni e la realizzazione personale, il lato bello della vita che tutti meritiamo, sin da oggi.
Federica Checchia
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