Quando, nel 2018, Sony fece uscire il primo capitolo di quella che poi sarebbe diventata la trilogia di Venom, la stampa e un pubblico decisamente più consapevole si aspettarono una disfatta totale. Invece non fu così, anzi, il film incassòqquasi un miliardo di dollari nel mondo e aprì le porte alla trilogia del simbionte che si è concluso ora con Venom – The Last Dance. Probabilmente, il percorso in sala di quest’ultima fatica (se così possiamo definirla) avrà lo stesso destino. Distrutto dalla critica specializzata ma incassi a diversi zeri. E se il pubblico ha sempre ragione, allora la ragione è anche dalla parte di chi, produttivamente, decide di portare avanti queste operazioni che all’atto pratico non avrebbero un minimo di senso. Ma la moneta è sempre l’ultima a parlare e, per quanto possiamo dirne, la trilogia di Venom è un successo, nonostante il tasso tecnico sia peggiorato di pellicola in pellicola e questo terzo atto raggiunga l’apoteosi dell’insensatezza e dell’inadeguatezza.

Venom – The Last Dance chiede al pubblico di stipulare un patto, come fa qualsiasi film. Ma quello che questa pellicola richiede, non è un patto di visione spettatoriale ma quello che mi sento di definire un patto di “tamarragine” spettatoriale. Se si accetta che tutto, ma proprio tutto, è fatto in funzione del trash e del no sense, allora lì si che si può dire di poter apprezzare un prodotto come Venom – The Last Dance. Ma forse il problema risiede proprio in noi, prima “penne di settore” e poi pubblico pagante: abbiamo richiesto troppo ad un genere che lo stesso Scorsese definì un “parco giochi“, quello dei cinecomics. Ma anche un parco divertimenti può avere delle attrazioni più o meno riuscite e, quando quelle stesse giostre cadono a pezzi, è giusto dirlo e raccontarlo.

Venom – The Last Dance: Tom Hardy e il suo Venom non hanno tanto da raccontare

venom the last dance

Il film si apre esattamente dopo la scena post-credit di Spiderman – No Way Home. Eddie Brock è in Messico nella dimensione MCU ma, pochi secondi dopo, viene rispedito nella sua dimensione di appartenenza, quella Sony. Il film si apre quindi con un retcon di quella scena e con un ampissimo buco che, come vedremo, sarà il filo conduttore di tutto il film. Venom ed Eddie, braccati dalla polizia per gli eventi del secondo film, decidono che il posto migliore dove andare è a New York perché sì, è necessario fare un leggero riferimento al mondo dell’arrampica muri. Sullo sfondo, sul pianeta dei simbionti, il potente e temibile Knull, re degli stessi simbionti si è risvegliato dalla sua prigionia voglioso di liberarsi e di distruggere l’universo. L’impressione è che qui Sony stia tentando di introdurre un villain sulla scia MCU e Disney. Un grande distruttore di mondi alla Thanos in quello che, però, dovrebbe essere il film finale della saga.

Al di là dei pallidi tentativi di dare un senso al Sony’s Spider-Man Universe, il villain del film ha probabilmente un paio di minuti di screentime totali, ovviamente troppo pochi per poterlo considerare un personaggio a tutti gli effetti. Ma un po’ come tutti i character di Venom – The Last Dance, bidimensionali. A partire dalla dottoressa Payne di Juno Temple, che a fine film riceve una gimmick scontatissima che sa tanto di primi anni 2000. Neanche Rhys Ifans riesce a salvare il livello caricaturale del suo tardo-hippie che apre una lunghissima sequenza da Stoner Movie. O lo stesso Tom Hardy, ormai alla canna del gas attorialmente in questa saga in cui il suo personaggio non ha nessun tipo di sviluppo drammaturgico se non in un flebili pensieri malinconici abbastanza telefonati e stantii. L’intera sceneggiatura sembra appoggiarsi su questi personaggi macchietta, dalla scienziata egocentrica al militare arrabbiato fino all’hippie stralunato. E ogni beat, ogni sequenza si riempie di inesattezze ed errori, nonostante la storia, di per sé, quanto di più semplice ci possa essere.

The Last Dance chiude una saga che non ha più niente da dire

E se vogliamo vedere il film da un solo punto di vista d’intrattenimento il gioco non vale la candela neanche lì. Non bastano sequenze anarchiche di balli a Las Vegas in cui il simbionte si scatena, se le stesse mostrano un livello di scrittura al limite del ridicolo. Tom Hardy scrive il film insieme alla sceneggiatrice Kelly Marcel, che qui è stata promossa a regista alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa e si preoccupa più di portare a casa il compitino piuttosto che dare un’impronta di qualsivoglia genere, anche nelle scene d’azione. Quel senso di sregolatezza e sovversione delle aspettative che il primo film almeno tentava di dare ormai sono stancanti. Non c’è più nulla che possa far stare in piedi un prodotto come Venom – The Last Dance. Ne discorsi di aspettative, né sul tipo di intrattenimento che si ricerca in sala. Ma, come sempre, il pubblico e il denaro saranno sovrani e decideranno il successo o meno di un road movie, a tratti stoner movie, che quasi non riesce ad essere movie e basta.

Alessandro Libianchi

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