Poco meno di due settimane, in Turchia stanno infiammando enormi proteste, diretta conseguenza dell’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, principale oppositore del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il governo, tuttavia, sta reprimendo con forza le agitazioni e, nella censura, sono incappati anche i media nazionali. Più di dieci giornalisti sono finiti in manette, centinaia di account social sono stati oscurati o bloccati. Di fatto, alle principali emittenti televisive del Paese è stata vietata la diffusione di contenuti, video o immagini riguardanti i tumulti.

L’esecutivo sostiene che la stretta sulla libera informazione abbia lo scopo di limitare la diffusione di messaggi di odio. In realtà, la maggior parte dei cortei è sempre stata pacifica. Nella giornata di ieri, il Consiglio Supremo della Radio e della Televisione (RTUK), un organo di vigilanza, ha imposto delle sanzioni a quattro canali, accusati di aver riportato notizie sulle contestazioni. Sozcu TV, la maggiore rete di opposizione turca, non potrà mandare in onda i propri programmi per dieci giorni. Halk TV e Tele1 TV potranno invece continuare, ma dovranno sospendere alcune trasmissioni, e dovranno pagare una multa, così come NOW TV. La televisione di Stato e NTV, a favore di Erdogan, non hanno invece mai fatto accenno a quello che sta accadendo nelle vie di Istanbul, Ankara, Izmir e delle altre principali città.

La Turchia “spegne” i media: coinvolte anche le testate estere

Turchia media
Continuano le proteste in tutta la Turchia dopo l’arresto del sindaco Imamoglu

Anche le reti internazionali sono finite nel mirino del governo turco. Il reporter della BBC News Mark Lowen, che stava raccontando le proteste a Istanbul, è stato fermato il 26 marzo dalla polizia locale. Dopo diciassette ore di detenzione, le autorità lo hanno espulso dal Paese con l’accusa di essere «una minaccia per l’ordine pubblico».

Alcune testate, tuttavia, riescono ancora a far trapelare qualche notizia. Il quotidiano Cumhuriyet, ad esempio, tiene aggiornata la popolazione sulle condizioni di Imamoglu, in carcere dal 19 marzo. Nei giorni subito dopo l’arresto del primo cittadino, il governo di Erdogan aveva limitato l’accesso ad alcune piattaforme social, come WhatsApp, e aveva bloccato oltre settecento account.

Federica Checchia

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