Nello spazio di LetteralMente Donna di oggi, una donna eccezionale il cui enorme contributo all’archeologia è stato spesso dimenticato. Il suo nome è Margherita Guarducci e questa è la sua storia.
Margherita Guarducci, le epigrafi di Creta

“Restano di quegli anni foto ingiallite dal tempo, che conservano i tratti di una bella giovane donna, dai capelli scuri raccolti e dallo sguardo intelligente”. Sono parole riportate dall’Avvenire dello storico Giovanni Maria Vian dette durante il ricordo di Margherita Guarducci per i 150 anni dell‘Unità d’Italia. Vian si riferisce al periodo cretese di Margherita Guarducci che ebbe come maestro Federico Halbherr e fu una delle prime archeologhe italiane della Scuola archeologica di Atene. Con il suo maestro lavorò agli scavi della città cretese di Gortyna proseguendo, dopo la morte di Halbherr, la sua opera. La Guarducci in particolare per vent’anni, interessata soprattutto all’epigrafia, raccolse in unica opera tutte le iscrizioni greche e latine che si trovano a Creta e risalenti ad un periodo successivo al VII secolo a. C.
Per farlo effettuò dal 1931 al 1950 studi e verifiche delle rilevazioni del maestro pubblicando, dopo essere divenuta la prima professoressa di Epigrafia e Antichità Greche all’Università di Roma La Sapienza, le “Inscriptiones Creticae”. Quest’opera, oggi considerata la summa dell’archeologia, della topografia e delle antichità delle città cretesi, fu scritta dalla Guarducci in latino come volevano le regole dell’Accademia di Berlino del diciannovesimo secolo per i compendi accademici sulle epigrafi ed è divisa in quattro volumi divisi in sezioni e corredati da introduzione che riguarda gli aspetti archeologici e topografici della singola zona di Creta trattata. Per ogni volime infine ci sono diverse foto di iscrizioni con apografi e commenti individuali. Il più importante di essi è senza dubbio l’ultimo che riguarda la Grande Legge di Gortyna. Si tratta di una grande iscrizione scoperta da Halbherr in cui è riportata un’antica raccolta di leggi greche riguardanti il diritto di famiglia.
L’Epigrafia Greca
L’esperienza accumulata nel corso dell’insegnamento a La Sapienza servì a Margherita Guarducci per scrivere “L’Epigrafia Greca”, un opera composta inizialmente da quattro volumi a cui ne fu aggiunto un quinto nel 1987 che tratta dell’epigrafia greca dalle origini al tardo impero. Un’opera che secondo la Guarducci non solo ad accademici ma anche a studenti e tutti quanti vogliono muovere i primi passi nel mondo dell’epigrafia. In fatti i volumi che compongono l’opera sono redatti in uno stile molto lineare e arricchiti da spiegazioni, rimandi a casi concreti, foto e apografi delle iscrizioni trattate ed una ricca bibliografia.
Le reliquie di San Pietro
Nel 1952, dopo diversi falliti tentativi, papa Pio XII affidò il compito di individuare la tomba di San Pietro a Margherita Guarducci. Gli scavi della tomba sotto l’Altare della Confessio nella Basilica di San Pietro erano iniziati già negli anni 30′ ed avevano portato alla luce il monumento costantiniano in cui era contenuta l’edicola di Gaio sotto cui si trovava la tomba in cui venne sepolto San Pietro nella nuda terra dopo essere stato crocifisso.
10 anni più tardi dopo aver dato un contributo essenziale nelle decifrazioni delle epigrafi contenute nella tomba la Guarducci identificò con certezza le ossa di San Pietro che durante i precedenti scavi erano state portate in un magazzino, dopo essere state estratte da una preziosa cassetta contenuta nell’edicola di Gaio. Fu poi San Paolo VI a dare l’annuncio del ritrovamento delle reliquie e che esse, come riscontrato dalla Guarducci appartenevano al Principe degli Apostoli San Pietro.
Una storia dimenticata
Nonostante l’importante scoperta Margherita Guarducci non ha ricevuto mai meriti che le spettavano finendo presto nel dimenticatoio. Forse perchè, spiega Tiziana Lupi, autrice del volume “La tomba di san Pietro. La storia dimenticata di Margherita Guarducci“a Il Resto del Carlino, “troppo scomoda, troppo fiera, troppo cattolica e troppo donna per essere celebrata nel mondo accademico e vaticano degli anni Sessanta”.
Stefano Delle Cave
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