È scomparso a settantotto anni il criminale svedese Clark Olofsson. L’uomo era noto per aver preso parte, nel 1973, alla celebre rapina che contribuì a coniare la “sindrome di Stoccolma”. La patologia fa riferimento all’irrazionale tendenza delle persone che subiscono abusi di vario genere a stabilire un legame con i propri aguzzini, empatizzando con loro o finendo per diventare loro complici.

La rapina alla Kreditbanken di Stoccolma ebbe inizio il 23 agosto del 1973 per mano del trentaduenne Jan-Erik Olsson, appena uscito dal carcere di Kalmar grazie a un permesso temporaneo. Quando la polizia arrivò alla banca per trattare con lui, il malvivente chiese che Olofsson, già condannato per una rapina a mano armata e conosciuto durante la detenzione, venisse condotto sul posto.

Clark Olofsson e Jan-Erik Olsson, i due rapinatori “gentili”

Gli agenti acconsentirono e, all’arrivo del complice, Olsson liberò tutti gli ostaggi tranne quattro dipendenti, tre donne e un uomo. Olsson e Olofsson si rinchiusero nel caveau della banca, e le negoziazioni proseguirono per giorni. Il tutto si risolse il 29 agosto, quando la polizia introdusse del gas lacrimogeno all’interno del loro rifiugio, costringendo alla resa i due rapinatori.

Dall’ascolto delle registrazioni, emerse il legame di fiducia e complicità nato tra ostaggi e criminali. A crearlo, pare, sarebbero stati alcuni gesti compiuti dai due galeotti. Olsson, infatti, aveva consolato una delle donne tenute prigioniere, asciugando le sue lacrime. Aveva inoltre diviso le pere che aveva portato con sé in parti uguali, per consentire a tutti di mangiare. Olofsson, dal canto suo, si era “preso cura” di un’altra impiegata che aveva provato a chiamare i suoi genitori attraverso il telefono del caveau, non riuscendo però a mettersi in contatto con loro.

Federica Checchia

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