Alle undici del mattino del 9 agosto 1945, esattamente ottant’anni fa, l’esercito degli Stati Uniti sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Nagasaki, devastandola. L’esplosione provocò tra i sessantamila e gli ottantamila morti, metà dei quali persero la vita all’istante. Appena tre giorni prima, gli americani avevano usato per la prima volta nella storia un’arma nucleare, distruggendo Hiroshima. Il bombardamento portò alla resa del Giappone, che segnò di fatto alla Seconda Guerra Mondiale.

Nagasaki si trova all’estremità sud-occidentale del Paese e, fino ad allora, era stata sostanzialmente risparmiata dagli attacchi. Il primo agosto, tuttavia, gli USA avevano lanciato alcune bombe su di essa, colpendo alcune industrie, il porto e l’ospedale. L’aggressione aveva spinto le autorità locali a evacuare una parte dei residenti, che quindi non si trovavano in città quando venne impiegata la bomba atomica.

Nagasaki non avrebbe dovuto essere bombardata

Nagasaki
La città di Nagasaki dopo il bombardamento

Nel piano iniziale, l’obiettivo dell’esercito statunitense era in realtà Kokura, a centocinquanta chilometri da Nagasaki. Quel giorno, però, il tempo lì era pessimo. Le nubi non permettevano una visuale nitidane, dopo tre passaggi a vuoto, ormai a corto del carburante necessario per il viaggio di ritorno, il Boeing B-29 Superfortress BOCKSCAR, il bombardiere scelto per la missione, venne dirottato.

Verso le otto del mattino l’allarme aereo squarciò il silenzio della città e, poche ore dopo, la bomba atomica soprannominata “Fat Man” fu sganciata. L’ordigno era più potente rispetto a quello che aveva raso al suolo Hiroshima, ma fece meno danni; le colline che circondano il centro abitato riuscirono a proteggere diverse persone.

La decisione inspiegabile degli Stati Uniti

Gli ordini del presidente Truman, in merito alle mosse dell’esercito, miravano a «colpire gli obiettivi indicati con bombe atomiche non appena fossero state pronte». Non è mai stato chiaro, però, perché gli Stati Uniti abbiano ritenuto necessario un secondo bombardamento, a pochissimi giorni di distanza dal precedente, anziché lasciare al Giappone il tempo di rendersi conto dell’accaduto ed eventualmente di arrendersi. Un’attesa che avrebbe risparmiato migliaia di vite umane, ma che, nel crudele gioco della guerra, non è stata presa in considerazione dai suoi partecipanti più accaniti, in nome di una pace sì ottenuta, ma attraverso il sangue degli innocenti.

Federica Checchia