Nei giorni scorsi, le milizie delle Rapid Support Forces (RSF) hanno massacrato oltre quattrocentosessanta persone, tra pazienti dell’ultimo ospedale funzionante di Al Fashir, in Sudan, e familiari che si trovavano lì in visita. Il Paese è da tempo dilaniato da una brutale guerra civile e, dopo un anno di assedio le RSF hanno espugnato all’esercito sudanese la città.
Dal momento della conquista, Al Fashir è teatro di omicidi, violenze di vario tipo ed esecuzioni di massa; secondo quanto riportato dalle Joint Forces, oltre duemila civili avrebbero perso la vita nelle ultime ore, ma avere una stima più precisa e attendibile delle vittime è pressoché impossibile.
Sudan, rapiti sei operatori sanitari dell’ospedale di Al Fashir
A confermare la strage nella struttura ospedaliera sono stati l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), la Rete dei medici del Sudan, un’organizzazione di medici sudanesi, e Minni Minawi, il governatore della regione del Darfur, vicina all’esercito. Attraverso i propri canali social, Minawi ha diffuso un video che mostra i cadaveri di decine di persone sul pavimento, mentre un soldato spara a una delle poche persone rimaste ancora in vita. Nel post da lui pubblicato, il politico punta il dito senza mezzi termini anche contro gli Emirati Arabi Uniti, che sostengono e finanziano le RSF.
L’OMS ha riferito il rapimento di sei operatori sanitari che lavoravano presso l’Ospedale saudita di maternità. La Rete dei medici sudanesi afferma di essersi messa in contatto con loro, mentre questi erano con i rapitori; avrebbero chiesto aiuto per pagare i riscatti. In seguito, tuttavia, non sono riusciti più a parlare con gli ostaggi. Nell’ultimo mese, la struttura aveva già subito tre attacchi, e un membro del personale era rimasto ucciso.
Federica Checchia





