È andato in scena al teatro Basilica, dal 21 al 23 Novembre, “I cioccolatini di Olga”, liberamente tratto da L’orgia di Praga di Philip Roth. Una novella all’apparenza minore, ma che apre uno squarcio sulla dannazione di un paese, la Cecoslovacchia, sempre più perduto e corrotto a seguito della dominazione sovietica. Regia e drammaturgia sono ad opera di Laura Angiulli. In scena gli attori Alessandra D’Elia e Antonio Marfella. La produzione è del teatro Galleria Toledo di Napoli.
L’orgia di Praga

la novella esce nel 1985, quarto e ultimo capitolo della tetralogia su Zuckerman, alter-ego dello scrittore questa volta alla ricerca delle novelle inedite del padre del collega Zdeněk Sisovskì in esilio in America. Zuckerman si reca a Praga, sotto l’occupazione sovietica seguente la repressione della primavera di Praga, dove vuole cercare il manoscritto di cento racconti scritti in yiddish dal padre di Sisovski, freddato dai nazisti prima di dimostrare tutto il suo talento. Attraverso le pagine del proprio diario, ricche di dialoghi trascritti, vediamo che visita quartieri disperati, pieni di artisti demoralizzati, a volte ostentando ironia e cinismo.
Incontra anche una donna affascinante, di nome Olga Sisovská, che cerca di superare l’abbandono del marito con la disponibilità verso altri uomini. Il marito è proprio Sisovskì, che l’ha lasciata per scappare via a New York con la prima attrice di Praga. Anzi, ha pregato Zuckerman di raggiungerla, innamorarsi di lei e farsi consegnare il manoscritto, che altrimenti non vedrà più la luce del sole. Zuckerman trova in Olga una donna degradata, ossessionata dal sesso e piena di paranoie sulle microspie dei russi che poi si riveleranno fondatissime. Lui le chiede di continuo il manoscritto. Lei gli chiede di continuo di sposarlo, per farsi portare via da quel paese che è diventato una bolgia. Per Olga l’ultimo stadio della rivoluzione è un’orgia oscena e continua, come quelle che spopolano a Praga. Dopo continui insulti e rifiuti, Olga decide di consegnare il manoscritto, conservato in una scatola di cioccolatini. Con ritrovata dignità rifiuta i diecimila dollari offerti da Zuckerman. Il protagonista viene prelevato dalla polizia sovietica e ha un dialogo intimidatorio col ministro della cultura ceco, prima di venire espulso dal paese.
A dire il vero dal racconto Roth trasse anche una sceneggiatura (1985), con nuovi personaggi e scene, per un adattamento televisivo non più realizzato.
I cioccolatini di Olga al teatro Basilica
La scena disegnata da Rosario Squillace è bipartita: due sedie e un tavolo da un lato, una chaise longue sotto una lampada dalla luce calda dall’altro. Qui all’inizio si muove soltanto Marfella, con una gestualità un po’ dinoccolata ma molto efficace nella caratterizzazione. Interpreta via via Zuckerman, lo scrittore in esilio da Praga, e la concubina attrice, diversificando ogni personaggio con cambi di postura e di timbro. Poi fa il suo ingresso Olga, interpretata dalla D’Elia. Tra suppliche, piagnistei, sfuriate e attimi di stoica dignità, emergono le complesse sfaccettature del personaggio, che alla fine però sparisce nel nulla, come tutta quella Praga dimenticata da Dio e dalla storia.
Una vicenda che non termina né lieta, né triste. Sicuramente amara di fondo, resta da chiedersi cos’è che la fa stare sulle scene, ad oggi. Oltre a quella archeologica di far conoscere la penna di Philip Roth e la Praga di quarant’anni fa, qual è la sua innata urgenza?
La scelta di trarre un’idea di messinscena dagli umori de L’orgia di Praga si lega idealmente alla già consumata esperienza – da parte dell’autrice/regista- che fu nella traslazione teatrale del romanzo “Le braci”di Sandor Marai felicemente portata alla scena, e al desiderio ancora una volta presente di appuntare lo sguardo su quell’ampio versante d’Europa drammaticamente segnato da espropriazioni di territori e caratteri, di culture, di logos; un’ulteriore occasione di riflessione che pure nel mutato contesto storico-politico degli ultimi decenni cerca di cogliere, nelle leggibili contraddizioni del presente, le tracce di un passato la cui drammaticità non è ancora affidata alla polvere del tempo. (Laura Angiulli)
Lorenzo La Rovere




