Lo scorso 10 dicembre, a Nuova Delhi un comitato internazionale ha ufficialmente dichiarato la cucina italiana patrimonio UNESCO. Per la prima volta nella storia, la cucina è patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Tra le motivazioni ufficiali, l’UNESCO sottolinea che, cucinare all’italiana significa favorire l’inclusione sociale, rafforzare legami, incoraggiare la condivisione e promuovere il senso d’appartenenza.
Sin dalle origini il cinema e la cucina italiana hanno un legame molto stretto: il cibo, nei film, non è solo nutrimento, ma identità, memoria, emozione e racconto sociale. Dal pasto in famiglia al pranzo povero ma dignitoso del dopoguerra, il cibo diventa un ricorrente strumento narrativo capace di parlare allo spettatore. Mangiare, nel cinema italiano, significa vivere, amare, appartenere. I maccheroni divorati da Alberto Sordi si tramutano in un gesto diventato proverbiale: la cucina italiana non è solo sfondo, ma protagonista di scene che hanno reso il cibo parte integrante della storia del cinema, imprimendo nell’immaginario collettivo sapori che si riconoscono al volo.
Cibo e cinema ripercorrono la memoria storica italiana

Nel cinema, il cibo non è mai un semplice elemento di scena: è racconto, identità, memoria collettiva e storica. Già con il Neorealismo, il rapporto tra questi due linguaggi è stato profondamente simbolico. In film come Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, la fame riflette la durezza delle condizioni sociali del dopoguerra e la consumazione del pasto diventa il segno tangibile di una felicità fragile e momentanea. Anche in Miseria e Nobiltà il pasto è un evento eccezionale, bramato e irreale. Nel film, tratto dalla commedia di Eduardo Scarpetta, il cibo è soprattutto mancanza. Totò, nei panni di Felice Sciosciammocca, si ritrova davanti a un piatto enorme di spaghetti dopo una fame disperata e li mangia direttamente con le mani, infilandoli in tasca, sotto il cappello. La celebre scena viene spesso citata, parodiata e ricordata come una delle vette della commedia all’italiana. Rappresenta l’eccesso e la liberazione improvvisa dalla miseria.
Con il passare degli anni, il cinema italiano ha continuato a usare il cibo come specchio della società. Ne La grande abbuffata e La ricotta il cibo è centrale, ma ha significati molto diversi e porta alla “distruzione” in modi opposti. Nell’episodio La Ricotta diretto da Pasolini in Ro.Go.Pa.G, il cibo rappresenta povertà e fame. Il protagonista muore perché finalmente mangia. Una vera e propria “Passione” lo porterà alla morte dopo un’indigestione per aver consumato voracemente e con avidità il cestino del pranzo. La ricotta non è solo un alimento, ma un simbolo che mira ad una denuncia della società dell’epoca che uccide chi non ha nulla. Con La grande abbuffata, il cibo diventa, al contrario, simbolo dell’eccesso consumistico con i protagonisti che mangiano senza fame reale, solo per piacere, noia e sfida arrivando all’autodistruzione. Una critica feroce al consumismo e all’eccesso della società moderna.
Più avanti, nei film di Fellini il cibo è spesso eccesso, festa, desiderio. In Amarcord, ad esempio, i banchetti familiari e le tavolate rumorose restituiscono l’immagine di una provincia viva, sensuale e profondamente legata alle tradizioni.
Il cibo come linguaggio delle relazioni nel cinema
Nel cinema, cucinare è spesso un atto d’amore. Preparare un piatto significa prendersi cura degli altri, trasmettere valori e raccontare una storia senza parole. Allo stesso modo, un pasto condiviso è un termometro per i rapporti umani. Esemplare come in C’eravamo tanto amati, il pasto sia inizialmente condivisione e speranza per il gruppo di amici, per poi tramutarsi in freddezza e formalità, sintomatico del cambiamento che subiscono le relazioni con il passare del tempo.
La tavola è uno spazio riconoscibile e familiare, in cui lo spettatore entra senza sforzo, portando con sé ricordi ed esperienze personali. Nel cinema è il luogo in cui i personaggi si incontrano, discutono, litigano, si confessano e si riconciliano. Tutto avviene nello stesso spazio, in modo naturale e credibile, senza la necessità di forzare i dialoghi o le situazioni: esempio immediato non può che essere Perfetti sconosciuti, dove la tavola non è solo un punto d’incontro fisico, ma il vero motore emotivo del racconto. Il film del 2019, con il maggior numero di remake nella storia del cinema, si svolge quasi interamente durante una cena tra amici.
Quando la tavola non è più luogo di gruppo ma spazio intimo, il cibo si carica di allusioni, diventa gesto di attrazione e di promessa. Dalla dimensione collettiva della condivisione, il cinema si indirizza spesso verso una sfera più privata e sensuale. Non più solo nutrimento, ma mezzo di seduzione, capace di esprimere desiderio e complicità. A questo proposito, l’attore Sergio Castellitto ha dichiarato, in occasione del film Ricette d’amore: “Non c’è dubbio che i profumi, i sapori, gli assaggi nel piatto dell’altro siano tutti momenti di seduzione. Infatti, la prima cosa che si chiede a una donna è quella di andare a cena insieme”.
La cucina italiana nell’immaginario mondiale passa attraverso il cinema
Il cinema è una vera e propria vetrina per la cucina italiana e ciò ha aiutato a diffonderla in maniera sempre più globale. Quando la narrazione si sposta ad un prodotto internazionale come il film del 2010 Mangia, prega, ama non si fa altro che alimentare l’immagine dell’Italia come terra del buon cibo. Il cibo non è mai solo un piacere estetico: diventa il filo conduttore attraverso cui la protagonista, interpretata da Julia Roberts, entra in relazione con il territorio e con le persone che lo abitano superando le barriere culturali e linguistiche. Attraverso i gesti quotidiani della cucina, della scelta degli ingredienti locali e la condivisione dei pasti, il legame con i luoghi si fa concreto e vissuto, trasformandosi in un’esperienza di appartenenza al territorio. La tavola non racconta soltanto sapori, ma storie di famiglie e tradizioni. Pur rivolgendosi ad un pubblico internazionale, la cucina rimane un potente marcatore identitario: un linguaggio universale che unisce, perché nel mangiare insieme si riconosce un valore simbolico condiviso, capace di rendere il territorio e le sue persone parte integrante del percorso emotivo della protagonista.
Il cibo come moodsetter: raccontare emozioni a tavola
Il cibo è una delle forme più universali dell’esperienza umana, indipendente dall’epoca o dal contesto culturale. Proprio per questo funziona come un potente moodsetter: avvicina immediatamente lo spettatore ai personaggi, creando empatia e familiarità in modo istintivo. Vedere qualcuno mangiare, cucinare o sedersi a tavola è un gesto comune, riconoscibile, che rende i personaggi più umani e più vicini agli spettatori. Le scene di pasto permettono inoltre di rallentare il ritmo narrativo in maniera naturale, senza risultare noiose. Attorno alla tavola il tempo si dilata, le tensioni emergono, i silenzi acquistano significato. Il cibo crea rituali sociali e il cinema, come forma di racconto, si nutre proprio di rituali: osserva abitudini, esplora relazioni, costruisce atmosfere. Una stessa scena a tavola può diventare romantica, comica, imbarazzante o carica di tensione; non a caso, persino nei film d’azione, è quasi sempre presente almeno una scena di pasto. In questo senso, mangiare insieme nel cinema non serve solo a far avanzare la trama, ma a definire il clima emotivo della storia. La tavola diventa un vero e proprio moodsetter, capace di guidare lo spettatore nel tono del film e di trasformare un gesto quotidiano in un momento profondamente narrativo.
Valeria Devardo





