Gli Stati Uniti hanno annunciato mercoledì l’avvio della “fase due” dell’accordo tra Israele e Hamas. Questo passaggio punta, almeno in teoria, a porre fine al conflitto nella Striscia di Gaza. Nonostante l’annuncio, lo scetticismo in merito alla riuscita dell’operazione è diffuso. Ciò che innesca dubbi è l’incompiutezza di alcuni pilastri fondamentali della fase precedente.

Ancora troppe incertezze, la “fase due” rischia di naufragare prima dell’inizio

Donald Trump ha proposto originariamente un piano suddiviso in diversi step. La prima fase, attuata a ottobre, prevedeva il cessate il fuoco e lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi. La fase attuale, invece, appare molto più articolata e complessa. In primo luogo la smilitarizzazione totale di Hamas, il ritiro completo delle truppe israeliane dal territorio palestinese e, infine, l’istituzione di un nuovo sistema di governo civile per Gaza.

Vi sono, però, degli sviluppi sul fronte amministrativo. Il mediatore capo dell’amministrazione Trump, Steve Witkoff, ha confermato la nascita del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza. Si tratta di un organismo tecnocratico – in cui il potere viene detenuto da esperti per affrontare la risoluzione dei problemi attraverso conoscenze tecnico-scientifiche – composto da quindici figure. I mediatori internazionali (Egitto, Qatar e Turchia) hanno indicato come guida del gruppo Ali Shaat, ex viceministro dell’Autorità nazionale palestinese. Il comitato dovrà gestire la transizione politica sotto la sorveglianza del Consiglio di pace, presieduto da Trump e composto da osservatori internazionali. Tuttavia, insorgono dubbi circa l’effettiva esercitazione del potere da parte di questi ultimi.

Il piano resta teorico, per ora la guerra continua a causare vittime

Nonostante il sostegno da parte di Hamas e il Jihad Islamico in merito alla nuova struttura tecnica, Israele mantiene la sua posizione. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito la “fase due” del piano come una “mossa formale” che, formalmente, non intralcerà la strategia militare di Tel Aviv. I fatti sembrano confermare questa convinzione, in quanto il cessate il fuoco non ha impedito a Israele di continuare a bombardare Gaza. Quella che a ottobre era stata annunciata come una tregua ha causato la morte di oltre 450 vittime. Inoltre, il governo israeliano sta valutando apertamente una nuova offensiva nei prossimi mesi.

Gli ostacoli che rischiano di rendere la “fase due” solo un progetto teorico appaiono invalicabili. Hamas rifiuta il disarmo, mentre Israele si rifiuta di ritirare le truppe fino alla consegna delle armi da parte del gruppo radicale. L’esercito israeliano occupa il 58% del territorio di Gaza, mentre il piano che prevede l’invio di truppe internazionali per garantire la sicurezza resta vago. Il piano appare ora quasi esclusivamente teorico, mentre la guerra prosegue indisturbata.

Stefania Cirillo