Il Southern Command ha fatto sapere che gli Stati Uniti hanno colpito tre imbarcazioni, sospettate di narcotraffico, nei Caraibi e nell’Oceano Pacifico orientale, uccidendo undici persone a bordo. Da settembre, gli USA hanno concentrato la loro strategia militare e il loro arsenale sull’emisfero occidentale e sul traffico di droga via mare da parte dei cartelli. Il Pentagono e la Casa Bianca hanno identificato il flusso di stupefacenti come una minaccia alla sicurezza nazionale e hanno inviato più di una dozzina di navi da guerra, tra cui la portaerei USS Gerald R. Ford per circondare il Venezuela e soffocare il commercio illegale di petrolio.

La massiccia operazione, denominata Southern Spear, è culminata nella cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Le reali motivazioni, naturalmente hanno a che fare soprattutto con gli interessi economici statunitensi nella gestione del petrolio venezuelano; è un obiettivo di cui Donald Trump, in realtà, non ha mai fatto mistero.

I metodi poco ortodossi degli Stati Uniti nella lotta al narcotraffico

Martedì, la Ford e le tre cacciatorpediniere che la accompagnavano hanno attraversato il Comando Sud degli USA e sono entrate nelle acque dell’Oceano Atlantico, che si trovano sotto il controllo del Comando Europeo statunitense. Anche altre due cacciatorpediniere che si trovavano nei Caraibi sarebbero ora nell’Atlantico, come riportato da un funzionario statunitense, che ha parlato in condizione di anonimato.

Negli ultimi mesi, le forze statunitensi hanno colpito quarantatré navi, uccidendo almeno centotrentatré persone. Altri undici uomini sopravvissuti ai primi attacchi sono presumibilmente morti.

Il Pentagono ha cambiato il suo approccio nei confronti dei sopravvissuti dopo una decisione controversa presa nel corso di un raid risalente al 2 settembre. L’esercito ha infatti lasciato due uomini aggrappati al relitto dopo un attacco con bombe guidate, che ha ucciso nove membri dell’equipaggio. Il comandante, l’ammiraglio della Marina Frank M. Bradley, ha ordinato un secondo attacco contro i sopravvissuti. Una scelta che alcuni legislatori e iniziative di diritto internazionale hanno condannato come crimine di guerra.

Federica Checchia