Da due giorni, ovvero dall’inizio del conflitto con Stati Uniti e Israele, l’Iran è senza internet. Non è la prima volta che il regime blocca l’accesso; l’ultima risale all’inizio di gennaio, durante le grandi proteste contro il governo. Si tratta, naturalmente, di metodo di censura volto a reprimere il dissenso della popolazione, impedendo di fatto le comunicazioni.

NetBlocks, un’organizzazione indipendente che monitora le interruzioni a livello globale, ha segnalato che la connettività iraniana sarebbe scesa all’1% rispetto ai livelli normali. I corrispondenti delle testate giornalistiche internazionali, nel frattempo, riportano che la connessione sarebbe parzialmente funzionante: non si tratterebbe, dunque, di un blocco totale.

Iran, il regime ha sempre usato internet come uno strumento di controllo e repressione

Per impedire l’accesso a Internet, un governo può disporre lo spegnimento dei router, la disattivazione dei ripetitori delle reti cellulari o l’interruzione dei cavi che lo collegano al resto del mondo. Questo tipo di intervento è sicuramente efficace, ma ha elevati costi economici e sociali. Vietare o rallentare fortemente tutte le forme di comunicazione può rivelarsi infatti controproducente per il regime, perché limita anche le sue comunicazioni interne.

Molti Paesi, dalla Russia alla Cina, fino alla Corea del Nord, sono solite applicare in modo sistematico questo tipo di repressione nei confronti della popolazione. Impedire ai cittadini di comunicare e di informarsi in libertà aumenta il controllo su di essi, e influenza la loro visione di conflitti e decisioni governative.

Federica Checchia