Un abito da sposa sporco di sangue è la prova che la storia di Grace non è finita. Immaginate di sposare una persona la cui famiglia è parte di una setta satanica. Immaginate che nella vostra prima notte di nozze dobbiate sopravvivere ai parenti del vostro partner, convinti di dovervi uccidere. Bene. Il primo capitolo parlava di questo. E adesso, in Finché morte non ci separi 2 (Ready or Not 2), sembra che la lotta per la sopravvivenza ricominci imperterrita ma con nuovi incredibili colpi di scena. Se la vita è conquista, Grace e sua sorella Faith faranno di tutto per sfuggire alla famiglia omicida. Durante la corsa riusciranno a fare i conti con il loro passato, con i rancori e con il significato che ciascuna donna dà alla propria vita?

Quattro dinastie un solo trono

Dopo essere scampata alla notte più violenta della sua vita, Grace (Samara Weaving) scopre che l’incubo non è finito: è solo cambiato di livello. Accanto a lei, la sorella Faith (Kathryn Newton), riemersa dal passato. Contro di loro, un sistema globale di potere fatto di élite, rituali e famiglie rivali pronte a tutto pur di conquistare il controllo assoluto. Quattro dinastie. Un solo trono. E una regola implicita: per governare il mondo, qualcuno deve cadere. Il cast vanta un’incredibile Samara Weaving, che sfodera la bellezza di Margot Robbie e la bravura di Rachel MacAdams. Kathryn Newton invece è dinuovo protagonista dell’ennesimo viaggio nel dark horror, di cui si elegge talentuosa reginetta. E ad impreziosire il cast abbiamo due grandi villains: la veterana Sarah Michelle Gellar, sopravvissuta a Ghost Face, e ora protagonista del suo stesso gioco del Male, insieme a Shawn Hatosy, nel film suo fratello Titus. Per finire annoveriamo la partecipazione esclusiva di David Cronenberg, maestro del body-horror e il carismatico sacerdote super-partes, interpretato da un folle e ineccepibile Elijah Wood. Insomma la storia ricomincia dal vestito fradicio di sangue e promette una nuova corsa per la vita, a colpi di asce e risate, con un cast che non teme confronti.

Un duo registico che fa centro

Dietro la macchina da presa di questo nuovo capitolo c’è il duo vincente composto da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett. Dall’originale del 2019 a questo film, i due hanno lavorato a ben tre film di genere horror: Scream 5, Scream 6 e Abigail. L’occhio allenato a seguire esplosioni e schizzi di sangue si vede. D’altronde con tutti i loro lavori hanno avuto grandi apprezzamenti. E anche in questo capitolo l’impresa registica, audace e schiacciata volutamente sul crudo realismo, è notevole. I registi dirigono a perfezione le attrici e fanno del mondo villain il materiale più succulento di questo horror, tra tragico e grottesco. La corsa, le trappole e le labirintiche scenografie, molto più ampie della scenografia monotonale del primo film, fanno di questo film un grande gioiellino splatter, dal sapore cruento e provocatorio.

Il dolore come catarsi

Se è vero che il cinema funga da momento catartico per registi, attori e pubblico, con questo film l’operazione psicoanalitica è al suo exploit. Di fatti sembra che il dolore, in ogni sua forma – emotivo e soprattutto fisico – sia la prova d’iniziazione per l’approdo ad un’autenticità inedita. Grace deve fare i conti con la donna che vuole essere, e nella lotta per la vita, dimostra di avere un’indole guerriera, senza paura alcuna del dolore fisico, e senza alcuna voglia di mollare. Capirà la sofferenza arrecata a sua sorella Faith e darà un significato nuovo al senso stesso della sua vita, in cui l’unica cosa che valesse la pena salvare fossero da sempre gli affetti sinceri e la sua integrità morale.

Anche quando le viene proposta l’offerta di una vita immortale in cambio di un matrimonio combinato Grace non esita a salvaguardare la sua integrità morale. Il suo personaggio è quello che prende più colpi – letteralmente -. Le si continuano a conficcare pezzi di oggetti, tra spade e lamiere. E al di là di un rambismo forse eccessivo, il suo personaggio è un’efficace bambola di pezza che espia catarticamente il Male del satanismo e, in ultimo stadio, il dolore arrecato in passato a sua sorella Faith. La sceneggiatura impasta con dinamismo ed equilibrio il gusto orrifico con la commedia, per poi saturare ogni ferita con il legame unico e inviolabile tra le due sorelle.

Un lavoro che bilancia realismo e surrealismo

Il film riesce ad indagare senza eccessivo sentimentalismo il rapporto tra le due protagoniste. Il realismo infatti è il marchio della pellicola, tanto nel comparto splatter – dato che non si è fatto uso alcuno di CG – tanto per l’indagine emotiva, con un racconto sincero e genuino dei rapporti di sangue.

Se di sangue è il rapporto tra le due sorelle, lo è anche quello tra i due fratelli Le Domas, capaci di soffocare il proprio padre con un cuscino. Una famiglia imbevuta di veleno, che fa del potere il loro unico scopo di vita, piegando a questo scopo ogni ragione umana e sentimentale. Come vedremo però il personaggio di Ursula sarà l’inaspettata variabile di questa scacchiera, dimostrando, grazie al suo lato più umano e ragionevole, di essere una pedina grigia in questa scacchiera. Ci sono variabili nascoste in questo gioco fazionistico e surreale. Sarah Michelle Gellar interpreta il suo personaggio con tutto l’arrivismo e la manipolazione di cui è stata capace nel personaggio protagonista di Cruel Intensions. Scream queen per eccellenza, l’attrice si dimostra, con ormai piena maturità recitativa, un diamante brillante del cinema. Ha spaziato tra tanti generi, ma è nell’horror e nel thriller erotico che trova più dimestichezza. Con la sua posa fiera e impeccabilmente elegante, sa come giocare, trarre in inganno, scovare le sue prede. E in Finché morte non ci separi 2 restituisce al pubblico una magnetica cattiva, che, come sempre, però, ha molte sfumature da rivelare.

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Ironia ed emotività: le note aggiuntive del secondo capitolo

La corsa per la vita di Apocalypto, la resistenza di Rambo, il coraggio dell’eroina di Ti uccideranno, con cui il film dialoga anche per il materiale satanico e il rapporto tra sorelle. Questi, in totale, sono gli ingredienti della sceneggiatura che tiene incollati gli spettatori dal primo all’ultimo secondo. La pellicola conferma la tensione narrativa del primo film, ma con meno effetto sorpresa. Le scenografie si ampliano, i personaggi si moltiplicano e tutto assume un peso più grande. Nel secondo capitolo a fare davvero la differenza però è la componente emotiva e psicologica, oltre ad un lavoro sopraffine fatto sull‘impasto tragicomico dei dialoghi. Mai banali, mai scontati, carichi di un dark humor abilissimo a fare da collante tra commedia e horror. Nel finale inoltre abbiamo poi la liberazione integrale dagli antecedenti, grazie ad un’ apertura originale al satanismo, e alle sue surreali dinamiche di manipolazione. Senza contare che proprio nel finale il personaggio che prende la scena è quello del sacerdote del Male, interpretato da un pazzesco Elijah Wood, usato sempre in ruoli tra il folcloristico e l’iconico. Il lato contrattualistico di questa storia satanica rende la storia ancor più ad alto tasso di ansia e adrenalina. L’inviolabilità della carta contro la labilità emotiva dei suoi giocatori. Mentre infatti in Squid Game coloro che uccidono sono votati al Male, quasi sempre senza esitazione, pensando ai soldi in palio. Qui la fiamma del male vacilla, non sul libro del patto, ma nell’animo dei partecipanti, mai adeguati a ciò che sono chiamati a fare.

Il punto di rottura della classe elitaria

Ciò che è davvero importante in questo film, come anche in Ti uccideranno, è che il Male coincida con una classe sociale molto ben compartimentata: quella dell’upper class americana. In Finché morte non ci separi 2 il potere gioca a golf, si arrocca nei propri inespugnabili castelli, e gioca con la vita della classe media, preda della conquista del potere dei ricchi. Ma il film riesce a scovare la falla in quel mondo perfetto dei super ricchi. I personaggi della confraternita si dimostrano incapaci a lottare. Buffi, inadeguati, senza neanche il coraggio giusto per iniziare davvero questa caccia all’uomo. Il mondo elitario del nuovo cinema contemporaneo ha un punto di rottura, e sta alle donne scovarlo. Il messaggio del nuovo cinema americano è chiaro: è possibile fare guerra al potere, non in forma anarchica, ma semplicemente rispondendo in maniera assertiva alla chiamata. E una volta scesi in campo, sotto volontà altrui, dimostrare di non avere paura.

Il coraggio di Grace è il nocciolo tematico di questo film. Lo stesso coraggio della nuova generazione a cui si rivolge: non più piccola, non più povera, e proprio sul punto di non farcela, mai più sola.

Doriana Gatta