Da domani, 7 maggio, fino al 29 giugno 2026, Palazzo Esposizioni Roma ospiterà la mostra World Press Photo 2026, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, ideata dalla World Press Photo Foundation e organizzata in collaborazione con 10b Photography. La rassegna presenterà i quarantadue scatti vincitori della 69° edizione dello storico contest di fotogiornalismo che, sin dal 1955, ogni anno premia i migliori fotografi professionisti. A selezionarli, tra 57.376 immagini inviate da 3.747 fotografi, provenienti da 141 Paesi, è stata una giuria indipendente. Un’edizione particolarmente riuscita, questa, come sostiene Marco Delogu, presidente del Palaexpo: «Quest’anno, sembra esserci un tessuto comune. Purtroppo, sono tempi bui; pensiamo all’ICE, alle guerre attuali, ben lontane dall’essere vicine al loro termine».
La World Press Photo dell’anno è “Separati dall’ICE”, di Carol Guzy
La World Press Photo dell’anno e i due finalisti dell’edizione 2026 sono stati annunciati il 23 aprile scorso, durante la conferenza stampa inaugurale della rassegna, presso la De Nieuwe Kerk ad Amsterdam. A vincere, quest’anno, è stato lo scatto della fotografa statunitense Carol Guzy Separati dall’ICE, realizzato per il Miami Herald.
La fotografia è stata scattata all’interno dello Jacob K. Javits Federal Building di New York il 26 agosto 2025. Mostra l’arresto di Luis, un migrante ecuadoriano, portato via dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) mentre le figlie, disperate, si aggrappano al padre. L’uomo era l’unico sostegno economico per Cocha, sua moglie, e i loro tre figli, tutti minorenni. Il lavoro di Guzy è stato premiato per la sua capacità di raccontare l’ambivalenza delle politiche anti-migratorie dell’amministrazione Trump. Da un lato, le istituzioni, parte di un sistema strutturato e freddo; dall’altra, le lacrime cocenti di famiglie che vengono separate, con tutte le difficoltà economiche e, soprattutto emotive, che ne conseguono.
Joumana El Zein Khoury, direttrice esecutiva del World Press Photo, ha dichiarato: «Questa immagine mostra il dolore inconsolabile di bambini che perdono il padre in un luogo costruito per la giustizia. È una testimonianza cruda e necessaria della separazione familiare in seguito alle politiche di riforma degli USA. In una democrazia, la presenza della macchina fotografica in quel corridoio diventa un atto di testimonianza. Racconta una politica che ha trasformato i tribunali in luoghi di vite distrutte. È un potente esempio di quanto sia importante il fotogiornalismo indipendente».
Gli altri scatti finalisti
La seconda foto finalista è Emergenza umanitaria a Gaza di Saber Nuraldin, (EPA Images), risalente al 27 luglio 2025. Lo scatto mostra civili palestinesi che si arrampicano su un camion di aiuti umanitari, entrato nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Zikim, cercando di procurarsi della farina.
Il terzo progetto selezionato è opera di Victor J. Blue, e lo scatto si intitola I processi delle donne Achi, per The New York Times Magazine. La foto ritrae Doña Paulina Ixpatá Alvarado, una delle querelanti, detenuta e aggredita per quasi un mese nel 1983, insieme ad altre donne Achi, all’esterno di un tribunale a Città del Guatemala. Il 30 maggio 2025, tre ex membri delle pattuglie di autodifesa civile sono stati condannati a quarant’anni di carcere per stupro e crimini contro l’umanità.
Per quasi mezzo secolo, le indigene Maya Achi di Rabinal hanno continuato a vivere nelle stesse comunità degli uomini che le avevano violentate. Spesso, questi erano membri dell’esercito e di forze paramilitari locali sostenute dallo Stato, che utilizzavano e utilizzano lo stupro come arma sistematica per sottomettere le comunità indigene. Nel 2011, trentasei donne hanno rotto il silenzio, e hanno vinto una battaglia legale contro i loro aguzzini, durata quattordici anni. Il ritratto, dunque, documenta la forza femminile collettiva, al termine degli sfo rzi del gruppo per ottenere giustizia.
World Press Photo Exhibition 2026: in mostra a Palazzo delle Esposizioni tutta la violenza e la dignità umana
Tutti gli scatti esposti sono uniti tra loro da un intento comune: offrire uno sguardo reale e privo di filtri sul nostro tempo. Le foto non sono patinate, o glamour, ma ci sbattono in faccia con necessaria crudezza le verità più scomode del mondo in cui viviamo. Crisi climatiche, conflitti civili e internazionali, malattia e morte, ma anche ricostruzione, famiglia, ribellione al sistema e ai soprusi.
Si passa così dai devastanti incendi di Los Angeles a storie di maternità, da scuole distrutte dall’ISIS a bambini che studiano, dagli agenti dell’ICE che ammanettano studenti a famiglie che fanno fatica, ma che perseverano, unite. Il filo conduttore è, in fondo, proprio questo; che si tratti di un’ex ballerina, che lotta con i DCA da decenni, ma che non abbandona la propria passione per la danza, alla rivolta della Gen Z che, con la bandiera di One Piece tra le mani, ha sovvertito il sistema in Nepal, World Press Photo racconta storie. Storie violente, storie di gioie, sofferenze e, soprattutto, di un’umanità che, anche nel più buio dei periodi, resiste agli urti e, in qualche modo, va avanti.
Federica Checchia





