La scorsa settimana, gli Stati Uniti avevano revocato le sanzioni imposte alla relatrice speciale dell’ONU sulla Palestina Francesca Albanese. A influenzare il ritiro della misura, giorni fa, era stata la decisione di un tribunale federale. Secondo il giudice, infatti, i provvedimenti contro la giurista italiana violavano il primo emendamento della Costituzione statunitense, che sancisce la libertà di parola e di opinione. L’amministrazione Trump, tuttavia, era immediatamente ricorsa in appello e, da ieri, l’esperta di diritto internazionale compare nuovamente nella lista delle persone sanzionate.
Nel luglio del 2025, il governo americano aveva sanzionato Albanese, apertamente critica verso le politiche aggressive e violente di Israele nella Striscia di Gaza. L’amministrazione aveva preso provvedimenti nei suoi confronti, poiché la ritiene responsabile di «una campagna di guerra politica ed economica» contro USA e Israele. La misura seguiva un ordine esecutivo di Donald Trump, con il quale aveva autorizzato il Dipartimento di Stato a punire chiunque sostenesse la causa della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra contro Teheran.
Per il governo, la relatrice italiana avrebbe «minacciato l’interesse nazionale e la sovranità degli Stati Uniti». Albanese aveva infatti accusato alcune aziende del Paese di contribuire alla distruzione del popolo palestinese e, ancora più grave agli occhi del presidente, sosteneva le azioni contro alcuni membri del governo israeliano, incluso il premier Benjamin Netanyahu, da parte della Corte, che né USA, né Israele riconoscono come organo istituzionale.
Le accuse di Rubio contro Francesca Albanese
Il Segretario di Stato Marco Rubio si era spinto anche oltre, accusandola di antisemitismo. In un comunicato aveva dichiarato: «Gli USA hanno ripetutamente condannato e contestato le attività faziose e malevole di Albanese, che da tempo la rendono inadatta al ruolo di Relatrice Speciale. Albanese ha manifestato un antisemitismo sfacciato, espresso sostegno al terrorismo e manifestato un aperto disprezzo per gli Stati Uniti, Israele e l’Occidente. Tale parzialità è stata evidente nel corso della sua carriera, culminata nella raccomandazione, senza fondamento legittimo, che la Corte penale internazionale (CPI) emetta mandati di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant».
«Recentemente ha intensificato questa attività. Ha inviato lettere minatorie a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti aziende americane operanti nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa, dell’energia e dell’ospitalità. Ha formulato accuse estreme e infondate e ha raccomandato alla CPI di avviare indagini e procedimenti penali contro queste aziende e i loro dirigenti. Non tollereremo queste campagne di guerra politica ed economica, che minacciano i nostri interessi nazionali e la nostra sovranità».
La risposta di Francesca Albanese
A luglio, Francesca Albanese non aveva commentato esplicitamente le parole di Rubio, né le sanzioni. Si era limitata a scrivere sui suoi canali social: «Nessun commento sulle tecniche di intimidazione in stile mafioso. Sono impegnata a ricordare agli Stati membri i loro obblighi di fermare e punire il genocidio. E coloro che ne traggono profitto».
Da mercoledì, il suo nome figura nuovamente nella lista degli “specially designated nationals” (SDN) sul sito del Dipartimento del Tesoro. La sigla SDN, o soggetti specificamente designati, include persone di varie nazionalità alle quali il governo USA congela i beni, e che non possono avere rapporti commerciali con il Paese. Non è chiaro se queste sanzioni ricalchino o meno quelle di prima. Le precedenti, le impedivano anche di entrare e fare operazioni bancarie su territorio statunitense.
Federica Checchia





