Da decenni -da quando, cioè, il governo di Israele ha iniziato a imprimere un’identità ebraica sulla parte orientale occupata della città- Gerusalemme è un continuo tumulto di martelli pneumatici, bulldozer e rumori di cantieri. Nel quartiere di al-Bustan, all’ombra della moschea di al-Aqsa, il frastuono ha, però, una provenienza diversa: è il suono dei cittadini palestinesi costretti a demolire le loro case.
Negli ultimi due anni, oltre cinquantasette abitazioni della zona, parte del più ampio quartiere di Silwan, nella parte orientale della città, sono state buttate giù, e almeno altre otto avranno lo stesso destino nelle prossime settimane. Sul sito, al loro posto, sorgerà un parco a tema biblico chiamato Kings Garden, Giardino dei Re, che si presume fosse il luogo in cui Re Salomone trascorreva il suo tempo libero circa tremila anni fa. Il parco fa parte di un progetto archeologico in espansione, in gran parte opera dei coloni, che si concentrerà esclusivamente sul passato ebraico di Gerusalemme. Si focalizzerà su quella che è stata chiamata la Città di Davide, nonostante molti archeologi israeliani ritengano che i resti visibili risalgano ad altre epoche.
L’ombra del Kings Garden incombe sui cittadini palestinesi a Gerusalemme
Secondo Aviv Tatarsky, ricercatore senior presso Ir Amim, un gruppo che promuove una Gerusalemme equamente condivisa, quello che sta accadendo ad al-Bustan incarna la cancellazione dei palestinesi sia dalla geografia che dalla storia. «Israele non è disposto a riconoscere la realtà binazionale, multietnica e multiculturale di Gerusalemme e sta eliminando prima di tutto i palestinesi, ma in realtà tutto ciò che non è ebraico, per poi mascherare il tutto con questa assurdità disneyana», ha affermato. «Se questo progetto dovesse concludersi, gli israeliani andranno lì, vedranno la storia del parco e saranno completamente all’oscuro del fatto che vite umane sono state distrutte, che un’intera comunità è stata annientata per far posto a questo parco».
La resistenza palestinese, unita all’opposizione internazionale, è riuscita a lungo ad arginare l’ingerenza israeliana. Tutto, però, è cambiato dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, la conseguente guerra a Gaza e la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Gli ambasciatori di altri Paesi continuano a visitare la zona e a promettere sostegno, ma, nonostante l’appoggio di Washington, il loro intervento congiunto si è rivelato decisamente inefficace.
Amina Abu Diab, insegnante e assistente sociale, ha affermato che la sua principale preoccupazione ora è per i bambini di cui si prende cura, che si trovano ad affrontare un futuro di senzatetto e incertezza. «Una casa è il sogno di un bambino per il futuro, e se qualcuno viene a demolirla, distrugge i sogni e il senso di sicurezza di un bambino», ha detto al Guardian. «E allora cosa penseranno i bambini di noi? Che non siamo in grado di proteggere noi stessi e i nostri figli».
Federica Checchia





