L’algospeak è il nuovo modo di comunicare ”cifrato” utilizzato sui social per eludere alcuni filtri che andrebbero, secondo l’algoritmo, a limitare l’argomento di cui si sta parlando o a oscurare un determinato profilo che tratta di una tematica potenzialmente censurabile. L’ utilizzo dell’algospeak si potrebbe definire come una forma di ”resistenza” social; questo nuovo tipo di linguaggio creativo, infatti, negli ultimi mesi ha permesso a numerose persone che vivono in determinati luoghi, o sotto regimi totalitari, di proseguire la loro attività di attivismo social senza subire alcun Shadow ban – o ban definitivo – continuando a parlare di argomenti importanti e necessari attraverso giochi di parole o emoji.
Algospeak, il linguaggio creativo che si beffa delle censure social

Per evitare di finire in Shadow ban e aggirare gli algoritmi social oggi si usa l‘algospeak. Lo Shadow ban è un’azione che tende a limitare i contenuti pubblicati da una fetta di utenza che usa una piattaforma social; questo tipo di operazione restringe la visibilità di un profilo e di ciò che posta impedendo, di fatto, alcune attività. L’algospeak origina proprio da queste evidenze: impiegare nella scrittura web un linguaggio creativo significa continuare a parlare di argomenti particolari senza correre il rischio di essere oscurati o completamente bannati.
Il neologismo, e il relativo e slang che ne deriva, nasce dall’unione fra i due lemmi inglesi “algorithm” e “speak”; una parola composta che indica un modo di parlare – dall’inglese ”to speak” – che è quasi condizionato dall’avvento della nuova tecnologia e dai suoi algoritmi, i quali controllano e moderano gli accadimenti sui social network. Nonostante possa sembrare una trovata frivola, l’algospeak è invece una forma di ”resistenza linguistica social” per abbattere la rigidità delle piattaforme spesso fin troppo censorie e, soprattutto, questo nuovo tipo di linguaggio è un veicolo per continuare a parlare di argomenti ritenuti tabù all’interno dei meandri dell’universo digitale, sempre più parte integrante dell’umanità. Il fenomeno ha cominciato a espandersi durante la pandemia quando il popolo social ha iniziato a parlare di salute mentale, coinvolgendo nei dibattiti web azioni estreme come anche il suicidio: per parlare di tale atto si utilizzava l’espressione “diventare unalive” , ”non vivi”.
Un algoritmo onnipotente e neologismi digitali: la frontiera dell’innovazione linguistica
Il Washington Post parla di ”onnipotente algoritmo”, un’attestazione della potenza che i social hanno nell’oscurare argomenti che non vanno a genio per alcune piattaforme. Queste parole che risultano graficamente alterate diventano, in sostanza, delle nuove forme di innovazioni linguistiche che aiutano gli utenti a confrontarsi su tematiche non inerenti alle linee guida delle piattaforme riuscendo, quindi, ad aggirare l’algoritmo che detiene il potere di controllo. Questi filtri di moderazione esistono su Facebook, TikTok, YouTube, Instagram e Twitch.
Un esempio calzante di algospeak sono le discussioni sul conflitto Russia-Ucraina, dove gli utenti hanno utilizzato l’emoji del girasole per indicare il paese o ancora, per riferirsi alla recente guerra fra Israele e Hamas; è facile, infatti, imbattersi in queste due parole storpiate sui social e presentate come “Isr43le” e “H**as” o ”Isr4el3” e ”H4m4s”. L’alternazione alfanumerica all’interno del termine serve proprio a ”confondere” l’algoritmo che, in questo modo, non riconosce l’argomento di discussione. Addirittura, come riporta il Washington Post, le comunità pro-anoressia hanno adottato delle variazioni di parole per eludere le restrizioni e nel tempo, la complessità di tali varianti è addirittura aumentata, come riporta un articolo della School of Interactive Computing, Georgia Institute of Technology, ‘‘thyghgapp: Instagram Content Moderation and Lexical Variation in Pro-Eating Disorder Communities” sempre citato da Taylor Lorenz sul Washington Post. Sempre sull’articolo del Washington Post di Lorenz si legge:
Ma man mano che l’algospeak diventa più popolare e le parole sostitutive si trasformano in slang comune, gli utenti scoprono che devono diventare sempre più creativi per eludere i filtri. “Si trasforma in un gioco di colpisci la talpa”, ha detto Gretchen McCulloch, linguista e autrice di ” Because Internet “, un libro su come Internet ha plasmato il linguaggio. Quando le piattaforme iniziano a notare che le persone dicono “seggs” invece di “sex”, ad esempio, alcuni utenti riferiscono di credere che anche le parole sostitutive vengano contrassegnate.
Washington Post, ”Internet ‘algospeak’ is changing our language in real time, from ‘nip nops’ to ‘le dollar bean’”, Taylor Lorenz, 8 Aprile 2022
Algospeak, conseguenze di algoritmi impostati dall’uomo
Com’è noto i social network utilizzano l’intelligenza artificiale per moderare i contenuti; un gruppo di persone fisiche non potrebbe mai star dietro alla copiosità di video, reels, discussioni e commenti che ogni giorno miliardi i utenti generano sulle piattaforme. Il software sia arricchiscono man mano che apprendono il linguaggio utilizzato, oscurando parole o argomenti vietati. Il ”Sesso” diventa ‘‘S3sso”, i vaccinati ”swimmers” e la pandemia ”p4ndemi4” , la Palestina si trasforma in ”P4lestin4” o i morti in ”Mort1”.
Esistono, però, dei limiti evidenti: è giusto attuare un comportamento censorio su argomenti di diversa entità? Censurare una tematica rischia di mettere sullo stesso piano argomenti di gravità differente di cui, invece, è necessario parlare e discutere. Parlare di sesso, anche in ambito divulgativo, diventa uguale a parlare di temi che trattano di violenza e che, magari, incitano anche ad attuare comportamenti violenti. L’algoritmo censorio in sé, poi, non rappresenta un sistema sicuro: l’innovazione linguistica, così come la mente umana, trova nuove possibilità per aggirare la censura e l’algospeak ne è l’esempio tangibile. Insomma, esistono delle lacune concrete nell’applicazione di tali interventi, pertanto l’unica soluzione auspicabile sarebbe l’applicazione di un’educazione responsabile all’uso del web e dei social network, diventati ormai terreno di confronto oltre che meri supporti ricreativi.
Stella Grillo
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