Un attacco aereo sferrato da Israele a Jezzin, non lontano da Beirut, ha ucciso tre giornalisti libanesi, Ali Shoaib, che lavorava per la tv del gruppo radicale Hezbollah, Al Manar, Fatima Ftouni e il fratello Mohammed Ftouni, entrambi corrispondenti per l’emittente araba Al Mayadeen. I tre si trovavano in una macchina, a sud-est della capitale, che è stata colpita da un raid effettuato con i droni.

Le forze armate di Israele hanno immediatamente rivendicato l’azione militare. L’IDF sostiene che Shoaib lavorasse per l’intelligence di Hezbollah. Il giornalista, invece, era un inviato di guerra in Libano e collaborava con Al Manar da quasi trent’anni. Fatima Ftouni aveva già subito un attacco bomba da parte di Israele nella primavera del 2025, mentre si trovava in un hotel: lei era sopravvissuta, ma due colleghi avevano perso la vita.

La mattanza dei giornalisti ad opera di Israele

L’esercito israeliano ha avanzato accuse simili riguardo a diversi giornalisti uccisi a Gaza, sostenendo che lavorassero anche per Hamas, tra cui Anas al-Sharif, corrispondente di Al Jazeera. Israele ha ucciso più di 220 giornalisti dal 2023, di cui nove mentre svolgevano il loro lavoro in Libano.

Il diritto internazionale stabilisce che, a prescindere dall’affiliazione politica, i giornalisti sono considerati civili e prenderli di mira costituisce un crimine di guerra. Otto dei nove reporter uccisi da Israele in Libano mentre svolgevano il loro lavoro lavoravano per testate affiliate a Hezbollah, e gli analisti hanno ipotizzato che gli omicidi rientrino nella strategia israeliana di colpire le ali civili del gruppo. Il presidente libanese Joseph Aoun ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna l’attacco: “Ancora una volta, l’aggressione israeliana viola le regole più elementari del diritto internazionale, del diritto internazionale umanitario e delle leggi di guerra, prendendo di mira i giornalisti, che in definitiva sono civili che svolgono il loro dovere professionale”.

Federica Checchia