È innegabile quanto tutti, alla prima vista del poster di Avetrana – Qui non è Hollywood avessimo storto il naso. Una reazione sincera, stizzita e divertita nei confronti prima di un annuncio di una seria di cui non se ne sentiva il bisogno e poi di scherno per un’immagine che tanto ricorda un trailer alla Maccio Capatonda. È innegabile, ci siamo cascati tutti. Ma al di là di un giusto e quanto mai sincero dubbio verso un prodotto che, alle prime immagini, sa di dubbio gusto, poi quella serie va effettivamente vista. Va assaporata, bisogna addentrarsene prima per capire e poi per parlarne. Ed è proprio in quel solco, in quel leggerissimo scarto che fa andare oltre all’idea di “classico e scialbo prodotto stile Rai” che Avetrana scaraventa nei volti e negli occhi degli spettatori tutta sé stessa. Perché è proprio dopo la risata che, leggendo “diretta da Pippo Mezzapesa e prodotta da Matteo Rovere” che i primi quesiti iniziano a formarsi. E se in realtà, la serie fosse valida? E se, in realtà, proprio quel poster e quel trailer posticcio non facessero parte di un filo rosso diretto che si lega alla narrazione e al tema della serie?

Quindi Avetrana – Qui non è Hollywood riproduce esattamente quella che Sabrina e tutta la famiglia Misseri hanno fatto con il costume italiano per diversi mesi: ci prende in giro. Ci fa credere di essere qualcosa che, in sostanza, non è. Perché la mini-serie Disney+ è tutto quello che di più lontano ci possa essere da una ricostruzione fedele e “criminologicamente” accurata dei fatti ci possa essere. E quel sottotitolo, Qui non è Hollywood, chiarisce e identifica esattamente quello di cui andrà a parlare. I Misseri e la vicenda Sarah sono al centro, ma come lo è Avetrana, lo spettacolo, le apparenze di un paese dell’estremo sud, del Salento più atavico e rurale. Un paese che si ritrova ad essere Hollywood e a rifiutare, come un cancro, quella notorietà di cui non ha mai sentito l’esigenza ma che, in fondo, ama alla follia. Avetrana è quindi una falsa pista, un errore (voluto o meno) che nascondo dentro di sé un prodotto tanto coraggioso quanto necessario in una penisola in cui, di storie nere, sembra non voler parlare nessuno.

Avetrana – Qui non è Hollywood: Sarah

Avetrana

La serie si divide in quattro lunghi blocchi e quattro narrazioni distinte. Ogni puntata si dipana orizzontalmente nel racconto della vicenda dai punti di vista di ogni protagonista. E non poteva aprirsi la serie se non dallo sguardo di Sarah Scazzi, la vittima. Proprio la prima sequenza è illuminante sul tema dell’intera serie. Il turismo nero ha invaso Avetrana, rendendo un omicidio familiare un’attrazione, uno spettacolo, un café chantant di inizio Novecento, un parco giochi. Si visita la casa Misseri, dove è stata ritrovata Sarah, la sua tomba e tutti i luoghi dove si è svolto l’omicidio. Un tour guidato apre e chiude la prima scena, che ci ritrasporta a quando la giovane era ancora viva. Sarah era una classica ragazza di paese che con il paese poco aveva a che fare. Un fratello a Milano, una mamma testimone di Geova e un padre fin troppo assente. Respiriamo il disagio di questa ragazza che sente il peso e gli occhi atavici di Avetrana tutti su di sé. Lei vuole sparire, fuggire lontano alla ricerca di altro, di aria, di movimento lontano dall’immobilismo di un paese che è rimasto fermo, estraniato.

E la mano di Pippo Mezzapesa comincia muoversi, a tendere i suoi fili. Se in Ti mangio il cuore aveva confezionato un film tanto bello con quel nitore del bianco e nero e quella sensazione di Puglia lontana dalle cartoline quanto scricchiolante nella sua scrittura, qui riprende in mano quelle stesse sensazioni, confezionando un paese svuotato della sua anima, immobile, mangiato dal caldo e svuotato dalle emigrazioni verso posti con più fortuna. E Sarah sente che quello non è il suo posto, sente che quella non è la sua gente. L’unico luogo in cui sta bene è a casa di zia Cosima, insieme a sua cugina più grande Sabrina, una sorta di sorella maggiore che ha una storia con quello che, nelle vicende reali, venne definito l’Alain Delon di Avetrana: Ivano. E sarà proprio Ivano il centro delle gelosie di Sabrina che, invidiosa del successo sociale della cugina, arriverà, insieme a zia Cosima e zio Michele, ad ucciderla.

Avetrana: Sabrina

Avetrana

Nel primo episodio seguiamo quella solitudine fisica e spirituale di Sarah che sfocia nelle invidie e nei dissapori familiari per il solo pensiero di ciò che il paese possa dire. Un elemento che in un contesto sociale più “urbano” sarebbe una storia tra tante, in un paese di non troppe anime diventa enorme. E Sabrina non riesce a sopportare tutta questa pressione, tutto questo parlare di lei. Nel secondo episodio, facciamo i conti con il punto di vista di Sabrina e i postumi del gesto compiuto. Si inizia anche a sviluppare un tema che sarà importante nell’episodio successivo: la religione. Pippo Mezzapesa ha sempre inserito nei suoi film, che sia Il bene mio o Ti mangio il cuore per citarne due, una certa aria mistica, religiosa. E qui, nel Salento più profondo, le primigenie usanze religiose scandiscono la vita lenta. Si prega, si fanno altarini in casa, ci si rivolge a Dio. E Sabrina troverà quel Dio non in chiesa, ma nel successo, nelle apparenze. Quando arriva la televisione il mondo si fa paese e il paese si fa mondo. Avetrana viene investita da un’onda mediale rappresentata dalla figura della giornalista interpretata da un’ottima Anna Ferzetti e Sabrina diventa attrazione.

Si prepara per comparire davanti alle telecamere, si allena per parlare meglio, tutto in funzione delle apparenze, della notorietà. Anche ogni movimento di macchina di Mezzapesa oltre che esasperare quel sottotesto di sacralità, si muove in funzione delle apparenze. E tanto merito va anche all’enorme lavoro che è stato fatto sia da chi ha permesso una resa così verosimile e a tratti inquietante dei protagonisti (su tutti alla fenomenale Giulia Perrulli che interpreta Sabrina e all’irriconoscibile Vanessa Scalera nel ruolo di Cosima). Se per Avetrana qui non è Hollywood, lo è di certo per Sabrina, che sembra vivere nel lusso di quei famosi 15 minuti di notorietà. E se Avetrana rifiuta Hollywood, è altrettanto vero che fa comodo a tutti. I giornalisti invadono i bar, il paese acquista turisti e la disperazione si fa affare.

Michele

Avetrana

Il terzo episodio fa esplodere quella componente religiosa con la figura di Michele, di cui vediamo il punto di vista e come Dio giochi un ruolo fondamentale nel suo percorso di pentimento. Zio Michele è la rappresentazione umana di quella desolazione e ignoranza che aleggia ad Avetrana. L’immagine sacra e simbolica, qui, prende il sopravvento. E qui prende volto uno dei due difetti della serie. Michele è rappresentato come un uomo devoto ad una religione antica, paesana, quasi da culto. E, per sua stessa definizione, è uno che “non ha le scuole”. L’immagine che ne scaturisce è quindi solo quella di un ignorantone, una vittima degli eventi che si ritrova invischiato in una vicenda di cui la moglie tesse le fila dal dietro-palco. E quindi ne risulta una rappresentazione un po’ superficiale, riduttiva di quello che poi effettivamente è ed è stato Michele Misseri.

Allo stesso tempo, si delinea l’immagine di una donna che era stata per ora in ombra: Cosima. Mezzapesa, in certe scene e situazioni, la dipinge quasi come una boss mafiosa, una “Good Mother“. Ormai la vicenda e la figura di Sarah non esistono più, tutto torna ad essere spettacolo e apparenze. Lo stesso Michele, in carcere, chiede alla moglie “cosa pensano di me in paese?” dopo aver confessato. E la serie stessa segue e forse cade nello stesso tranello, nonostante la propria volontà di rappresentare proprio quell’aspetto assurdo.

Cosima

Avetrana

L’ultimo episodio si concentra sulla donna fulcro della serie: Cosima. In Mezzapesa le donne hanno sempre avuto un’impatto importante e qui non è da meno. Sabrina e Cosima sono i due pilastri della famiglia Misseri, con la madre che diventa una figura ingombrante, gigantesca, in parte mangiata dal rimorso di una vita che non è stata e in parte occupata a mantenere saldo il legame familiare. Forse tra terza e quarta puntata la sceneggiatura perde quei beat che avrebbero dovuto incalzare la narrazione. È proprio nel momento in cui il climax tensivo sale e tutti i i Misseri sono alle strette, che la serie perde qualche punto e si confonde un po’ rispetto ai primi due episodi. E se con Dahmer si è andata a creare un protagonismo postumo con la serie Netflix, in Italia siamo riusciti ad andare oltre: Sabrina, Michele e Cosima diventano personaggi televisivi mentre sono indagati, in cui il confine fra tragedia e farsa si fa labile.

Quindi il percorso della serie è chiaro: giocare sul filo del rasoio di questo confine rischiando essa stessa di diventare parte del problema. Il merito quindi va proprio alla capacità di crearlo, questo dubbio: ci si discosta dal puro fatto cronachistico per addentrarsi nel fatto mediatico. Tanti elementi della vicenda mancano ma non erano proprio di interesse per Avetrana – Qui non è Hollywood. Quello che voleva era mostrare e sviscerare quanto il terreno delle apparenze definisca una vicenda così oscura, rendendola avanspettacolo dove lo spettacolo non c’era. Perché ormai Avetrana e la tomba di Sarah sono mete turistiche in un non luogo, un posto ricordato solo per questa vicenda. Una ricerca di protagonismo tra i campi di olive e le stradine di campagna. Un luogo atavico, primordiale di cui tutti ci siamo fatti spettatori e complici nel farlo teatro. Forse anche guardando questa serie rimaniamo complici, ma è proprio ciò che ogni singolo spettatore deve saper giudicare da sé.

Alessandro Libianchi

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