Nonostante la critica lo abbia accolto in maniera positiva, Better Man, il biopic musicale su Robbie Williams arrivato nelle sale italiane il primo gennaio, non ha convinto il pubblico. Come Variety riporta, ad oggi il film avrebbe incassato poco più di dieci milioni di dollari, a fronte di un budget di oltre centodieci milioni, che difficilmente potrà essere recuperato.

Il carisma dell’ex Take That, una delle popstar più affermate e amate del panorama internazionale, non ha avuto presa sugli spettatori, che hanno disertato, rendendo la pellicola il primo vero flop del 2025. L’unica speranza, per produttori e regista, oltre che per lo stesso cantante, e che si verifichi quanto già accaduto con un’altra opera di Michael Gracey, The Greatest Showman. Anche il musical con protagonista Hugh Jackman, infatti, era partito in sordina, per poi recuperare terreno nelle settimane successive, grazie al passaparola.

Better Man: le possibili cause del flop al botteghino

Better Man
Robbie Williams durante la promozione di Better Man

Ma come mai Better Man, nonostante la massiccia campagna pubblicitaria l’impegno dello stesso Williams nel promuovere il film sulla sua vita, si è rivelato un insuccesso? I fattori da prendere in considerazione sono diversi, anche dal punto di vista tecnico. In primo luogo, la durata del lungometraggio non ha aiutato: nell’era dei TikTok e dell’exploit dei deficit dell’attenzione, un minutaggio che supera le due ore appare come un tempo decisamente troppo esteso. C’era il rischio, dunque, che solo i fans più accaniti fossero disposti a centotrentacinque minuti di visione; stando ai numeri attuali, però, sembra che neanche questi siano andati al cinema.

In più, c’è da tener conto della profonda crisi in cui l’intero settore verte da anni. L’avvento delle piattaforme, da Netflix a Disney Plus, ha infatti sferrato un colpo estremamente efficace all’industria cinematografica. Le sale si sono svuotate, in favore del salotto di casa, dove ormai è possibile gustarsi un nuovo film a pochi mesi dalla sua distribuzione. L’aumento del prezzo dei biglietti, inoltre, ha portato molte persone ad allontanarsi dal grande schermo, preferendo “accontentarsi” di ciò che il proprio abbonamento ha da offrire.

Questione di empatia

Le cause del flop, tuttavia, vanno ricercate soprattutto piano emotivo. La scelta di rappresentare Robbie Williams non attraverso un attore in carne e ossa, ma in una versione scimmiesca realizzata in CGI si è infatti rivelata controproducente. Al di là degli effetti speciali, che possono sì accattivare, ma fino ad un certo punto, lo spettatore ha bisogno di entrare in empatia con un personaggio, specialmente se è il protagonista. Com’è facile immaginare, è molto più semplice e immediato immedesimarsi in un essere umano, piuttosto che in un animale creato al computer, per quanto ben fatto e antropomorfo.

Come se non bastasse, l’idea di raccontare la vita di un artista contemporaneo, ancora nel pieno dell’attività, non ha lo stesso impatto di pietre miliari della musica appartenenti ormai al passato. Bohemian Rhapsody, così come Elvis, potevano contare sull’appeal di musicisti ormai entrati nella mitologia, il cui fascino è protetto e avvolto dalla nube del tempo trascorso, che ha creato la leggenda. Altri biopic, come quelli incentrati su Whitney Houston ed Amy Winehouse, il cui ricordo è ancora ben vivido nella memoria collettiva, non hanno avuto la stessa fortuna. Diverso è il discorso da fare per A Complete Unknown, in uscita domani nelle sale italiane, forte anche della presenza di Timothée Chalamet. Bob Dylan ha attraversato decenni di storia americana e globale, ed è ormai già stato elevato al rango di divinità musicale già da un bel pezzo. Per Robbie Williams, sembra, c’è ancora da aspettare.

Federica Checchia

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