A Complete Unknown, biopic incentrato sulla figura di Bob Dylan, nelle sale dal 23 gennaio, è tutto fuorché «una pagina di Wikipedia». Lo ha sottolineato con forza il regista James Mangold, presente alla conferenza stampa di presentazione del film, tenutasi questa mattina al Cinema The Space di Roma. Accanto a lui, i tre membri principali del cast: Timothée Chalamet, che presta volto e voce al Menestrello di Duluth, Edward Norton, nei panni del cantautore folk Pete Seeger, e Monica Barbaro, che si è confrontata con l’intensità di Joan Baez. Assente Elle Fanning, che nel lungometraggio interpreta la compagna del protagonista, Sylvie Russo.
Basato sulla biografia Dylan Goes Electric! di Elijah Wald, A Complete Unknown non vuole essere un racconto enciclopedico, né un tuffo nostalgico in un passato ormai remoto. Non vediamo l’infanzia del protagonista, né assistiamo al passaggio da Robert Allen Zimmerman a Bob Dylan; lo spettatore viene catapultato in medias res nella vita dell’enigmatico diciannovenne venuto dal Minnesota, che muove i primi passi nel West Village, armato solo di chitarra e tante idee, troppe per un mercato discografico incapace di contenere il suo talento naturale.
A Complete Unknown è un inno all’individualità senza etichette

Il Bob Dylan di Timothée Chalamet non è un eroe, ma neanche l’antieroe in difficoltà per il quale ormai siamo abituati a tifare in questo genere di lungometraggi. Bob è Robert, è un musicista, è un amante, è un ragazzo, è un artista; un “perfetto sconosciuto”, come il titolo suggerisce, che non è alla spasmodica ricerca di un’identità definita ma, anzi, la rifugge, desideroso di sperimentare e di seguire solo il flusso dei suoi pensieri, senza etichette, né musicali, né personali.
Chalamet, che nel film si cimenta anche con il canto, con risultati assolutamente credibili, è più che soddisfatto: «Ci sono voluti cinque anni e mezzo di preparazione, e questo ha portato fiducia, e fiducia in noi stessi rispetto al materiale. Non posso immaginare un’altra versione. Al centro del film c’è l’individualità e lo spirito creativo, Bob ha trovato il suo spirito più volte, da Zimmerman allo stesso Dylan. L’auto-creazione è fondamentale, senza pensare a chi noi siamo. ».
Il cast del biopic su Bob Dylan in conferenza stampa a Roma
Edward Norton, subentrato a Benedict Cumberbatch nel ruolo di Seeger, cantante e mentore di Dylan, poco noto al pubblico ma estremamente complesso, ha ammesso di essersi preparato tramite la visione di clip su YouTube: «È sorprendente quello che trovi, ci sarebbe voluto un anno di lavoro l’avessimo fatto due decenni fa.Ora, trovi video di Pete Seeger che suona in un bar di Berlino. È sorprendente avere oggi con così tanta facilità una documentazione tale. Sono riuscito ad ingerirlo ed elaborarlo. Abbiamo però abbandonato la storia e il modo della nostra cultura, affrontando la storia di una persona che incontra un’altra persona che ammira. Ci sono le relazioni umane al centro. E ci siamo liberati dal peso dei personaggi».
Per Monica Barbaro, invece, la sfida è stata donare ai fan di Joan Baez un’interpretazione fedele, ma non artificiosa e artificiale. «È stato difficile non avere sempre in mente la volontà di essere il più accurata possibile nel rappresentare Joan Baez, perché ci sono i suoi fan ai quali vuoi essere riconoscibile. A un certo punto però è stata la stessa Joan a dire: “Se cerchi la perfezione, perdi la parte interessante”».
Secondo Norton, la realizzazione di A Complete Unknown è stata una lunga seduta di psicoterapia collettiva. Mangold non ha mai puntato a una riproduzione fedele degli eventi. Per lui, era fondamentale cogliere lo spirito dei personaggi, mettendo in gioco anche il proprio bagaglio emotivo. Gli fa eco proprio il regista: «Si pensa a Dylan come un cantastorie, eppure volevamo andare oltre l’ovvio. Andare oltre la tesi, enfatizzare la figura del personaggio. E come narratore dico: non c’è una verità assoluta su Dylan, nonostante il nostro preciso approfondimento sull’autore. Abbiamo cercato il tono della verità, e solo il cinema può arrivare a tanto».
Il divo (ma non troppo) Timothée Chalamet e l’anti-divo Dylan
In effetti, osservando Dylan essere inseguito da orde di ammiratori e fare i conti con il lato più oscuro della fama, viene naturale accostare la sua esperienza a quella dello stesso Timothée, idolo dei giovanissimi e quotidianamente sotto l’occhio dei riflettori. L’attore, almeno per il momento, appare a suo agio nel rapporto con il suo pubblico. Al contrario, l’introverso Bob ha sempre scalpitato di fronte alle insistenze dei fan e, in generale, con qualsiasi cosa vada ad imbrigliare il suo spirito libero (basti pensare al suo Nobel per la Letteratura, mai ritirato di persona).
Chalamet fa un gran lavoro, spogliandosi di se stesso e del suo charme, alterando la propria fisionomia a servizio del corpo esile e nervoso del cantautore. La sua voce, strascicata e a tratti nasale, proprio come l’originale, offre una performance convincente e profonda, forse la più matura della sua carriera, almeno fino ad ora. Non ha mai incontrato il menestrello di persona, ma ha incassato i complimenti di Neil Young. Ora, però,da bravo romanista, aspetta i complimenti di qualcun’altro. «So che Neil Young ha fatto un endorsement al film», ha scherzato, «ma ora aspetto quello di Francesco Totti. Dov’è? Spero che veda il film e gli piaccia».
La conferenza stampa di A Complete Unknown: l’importanza della libertà di spirito
Interrogato riguardo al valore pedagogico di Dylan sulle nuove generazioni, che potrebbero interessarsi a lui anche grazie alla sua presenza, il carismatico attore franco-statunitense risponde con cautela: «Non so se la lezione culturale, politica e sociale dei primi lavori di Dylan abbia qualcosa da insegnare ai giovani, in termini di spirito creativo e trovare sé stessi. Piuttosto, penso che la lezione possa essere l’autocreazione, non sentirsi limitati da niente e nessuno».
Bob Dylan è stato, per tutta la vita, il poeta degli ultimi, dei diversi, degli inquieti; tutte categorie alle quali tuttora appartiene, ma senza che queste si trasformino in catene. Come A Complete Unknown insegna, non dobbiamo avere paura di rischiare e di andare controcorrente, anche a costo di qualche “buuu” da parte della folla. Meglio restare fedeli a noi stessi, alle nostre idee e alle nostre mille sfaccettature, che lasciare che qualcuno ci dica chi siamo e chi dobbiamo essere.
Federica Checchia
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