Editoriale

C’è la guerra in Ucraina: senso di colpa e impotenza di vivere la normalità

Nelle ultime settimane ho disdetto diversi eventi, ho preferito fare meno, come se i miei weekend sul divano potessero cambiare la direzione degli eventi del conflitto Russia Ucraina. E allo stesso tempo ho preferito dire meno che dire a priori, perché l’incontinenza divulgativa nei momenti di stravolgimento storico è un’imposizione morale che alimenta il fenomeno della disinformazione. Lo fanno i giornalisti stessi, pensando di poter parlare senza dire; ma ora lo fanno tutti a prescindere, sul palcoscenico telematico che ci rende protagonisti anche di storie che non sono nostre. Però questa storia lo è, di tutti, e proprio per questo avere una voce è necessario per farsi spazio in questo scenario, farne parte, esserne consapevoli; ma che la voce non sia un grido vuoto, che abbia corpo. 

Lo scoppio del conflitto e l’attuale conflitto Russia Ucraina ha suscitato reazioni diverse, in alcuni casi contrarie. La sensazione di metterci in prima linea, di prendere il controllo della divulgazione, anche quando la competenza viene meno. Il filtro delle notizie in questo momento è sottile, siamo stati tutti incollati allo schermo per le due foto della donna incinta per poi cadere nella fake news? E intanto si chiudono i canali mediatici dal fronte, mentre dalla nostra parte fortunata portiamo avanti uno storytelling dettagliato e specializzato di uno scenario che vediamo dal finestrino. Oltre quel vetro, in altri casi, la situazione Russia Ucraina ci ha immobilizzato, intrisi di un senso di colpa legittimo e umano nel vivere la quotidianità semplice della normalità. Una routine che di colpo ci è apparsa così privilegiata da sembrarci ingiusta, il senso di smarrimento che lo scoppiare di una guerra coinvolge tutti, anche gli scettici che gridano al complotto. Noi una guerra non l’abbiamo mica mai vissuta, l’abbiamo sempre osservata, ce l’hanno raccontata e ora proviamo a raccontarla anche noi ma è difficile distinguere il vero dal reale. 

Ci sentiamo pervasi da un sentimento sconosciuto, oltretutto: quello dell’impotenza davanti a una guerra che ci sembra più reale ora soltanto perché più vicina. Il senso di smarrimento si tramuta in senso di colpa, l’idea di vivere la nostra vita nella sua linearità al cospetto di una tragedia di cui sentiamo ininterrottamente l’eco. Ma congelare la nostra normalità può davvero cambiare l’esito della situazione Russia Ucraina? Declassare la nostra vita a una sciocca inezia può contribuire alla storia? Siamo nutriti dall’ansia mediatica, più che dal senso umanitario? Eppure, qualsiasi sia la radice, non ho cuor leggero a prenotare il pranzo in ristorante. Quanto difficile da crede, paralizzare la nostra quotidianità e rinunciare alla nostra serenità è un atto altrettanto ingiusto nei confronti di chi questa possibilità non ce l’ha più, in questo momento. Il privilegio di poter scrivere questo articolo, di parlarne fuori da bar euforici di gente che ha staccato dal proprio lavoro: ce lo permette una democrazia che per noi è libertà. 

Il senso di inadeguatezza per il conflitto Russia Ucraina, anche di chi non è lì

Nel mezzo del conflitto Russia Ucraina, non posso pretendere che il senso di inadeguatezza mi lasci dormire serena, è il senso umanitario a turbarci. Il senso di colpa, però, può avere un senso solo in un caso: che diventi senso di solidarietà. È la solidarietà l’unico strumento che permette di fare onore al nostro privilegio, renderci consapevolezza del potere che possiamo esercitare per chi non ce l’ha. Piuttosto che rinunciare a vivere la nostra vita, in questo momento, dobbiamo mantenere vive tutte le possibilità che il nostro sistema democratico ci permette. A partire dalla nostra vita, e per tutte quelle che possiamo aiutare. Un modo c’è, non è rinunciare alle proprie quotidianità ma donare, muoverci in quella direzione, fare solidarietà. E non per dormire sereni questa notte, ma perché quello stesso senso di vuoto che ci tormenta ora è un sentimento d’amore da rispettare. È l’umanità. 

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