Basket

Che fine ha fatto Brandon Jennings?

Oggi la rubrica “che fine ha fatto?” vi parla di un giocatore passato da Roma e che ha passato gran parte della sua carriera in NBA: Brandon Jennings.

Brandon Jennings, il College a Roma

Il prodotto di Compton USA era uno dei talenti più promettenti del panorama high-school, ma, nonostante l’interesse dei Wildcats della University of Arizona, fu il primo americano della storia che decise di prepararsi all’NBA in un campionato professionistico europeo e non competere nella NCAA.
Venne firmato con un oneroso contratto pluriennale, con clausola Nba Escape, dalla Lottomatica Roma. Le aspettative erano altissime: un giocatore conteso dalle migliori Università americane e prossimo ad un’altissima scelta al Draft avrebbe fatto impazzire le difese del nostro campionato e non solo. Spesso, però, nel basket 1+1 non fa 2. L’annata dell’ex Dominguez High-School fu molto deludente. Cifre basse e prestazioni sottotono sia in campionato che in Eurolega, Fu un’annata difficile non solo per lui, ma anche per la Lottomatica, tanto che si arrivò alle dimissioni di coach Jasmin Repesa. L’esperienza di Brandon in Europa non era andata come meglio potesse sperare e le sue quotazioni in vista Draft cominciavano a scendere.

Brandon Jennings
Brandon Jennings sponsorizzato da Under Armour in giro per Roma.
(photo credits: Benvegnù-Guaitoli)

Brandon Jennings, Milwaukee e l’NBA

Nonostante tutto, l’ex Lottomatica venne chiamato alla decima scelta dai Milwaukee Bucks, all’epoca squadra che occupava le zone basse della classifica NBA.
Dopo aver sfiorato la tripla doppia all’esordio, mette a segno un record indelebile nella memoria degli appassionati NBA. Segna 55 punti contro Golden State alla sua settima partita nella lega. E’ il più giovane di sempre a portare a casa una statistica del genere. Prima di infortunarsi alla caviglia sinistra, viaggiava a più di 18 punti di media, niente male per un ragazzo che solo un anno prima ne segnava solo 7 in Eurolega.
L’anno dopo il famoso Lockout 2011/2012 è sicuramente l’annata più importante per Brandon a Milwaukee. Insieme al nuovo arrivato Monta Ellis forma un dynamic duo molto efficace e guida la squadra fino al raggiungimento dei playoff.
Essendo ormai free agent, nell’estate del 2013 viene coinvolto in uno scambio che lo porterà a Detroit, dove con quella maglia un altro playmaker mancino aveva scritto pagine di storia anni prima.

Detroit e gli infortuni


Ovviamente non vogliamo forzare paragoni, però l’ex Milwaukee non ci metterà tanto ad infrangere un record di Isiah Thomas, quando mise a referto 16 assist soltanto in un quarto. A Detroit ritrovò anche Gigi Datome, che era stato suo compagno di squadra a Roma. Dopo una buona stagione e mezza, Jennings è sfortunato ed è costretto a saltare la metà delle partite per un infortunio al tendine d’achille. E’ il momento più complicato della prima parte di carriera del ragazzo di Compton. Passando per la G-League, tornò alla corte di Van Gundy, il quale però gli concesse poco spazio, dato che lo spot di play titolare era ormai saldo nelle mani di Reggie Jackson.
Da quel momento iniziò un’odissea negli States non indimenticabile. In due anni giocò per gli Orlando Magic (coinvolto nello scambio che portò Tobias Harris ai Pistons), i New York Knicks e i Washington Wizards, senza mai lasciare particolarmente il segno.

Gli ultimi anni e un epilogo troppo deludente

Con l’esperienza NBA alle spalle, l’allora 28enne Brandon Jennings seguì le orme di molti cestisti che non hanno trovato fortuna negli Usa e si spostò in oriente. Firmò per gli Shanxhi Zhongyu e dominò la competizione con una media di quasi 30 punti a partita. Un ennesimo infortunio gli impedì di finire la stagione in Cina.
Per l’ultima volta nella sua carriera cestistica fino ad oggi, fece ritorno a Milwaukee, prima nella squadra di G-League affiliata e poi con la prima squadra, dove scese in campo soltanto per 14 partite prima di venir tagliato.
L’ultimo scorcio di basket professionistico del prodotto dell’High School Dominguez fu un anno e mezzo fa circa allo Zenit di San Pietroburgo dove giocò soltanto 5 partite. Ci ricordiamo di questa sua esperienza, non tanto per le giocate in campo, ma per una Instagram story che fece molto discutere.

Lesson in life. I will never play for a team and the dad is coaching his SON! Never again!

Il riferimento era al coach Vasilij Karasev e il suo compagno di squadra, figlio del coach, Sergey.
A seguito di questa toccata e fuga in Russia, Brandon si fermò per un pò di mesi e ora milita nella Drew League. La Drew League è una lega che riunisce giovani potenziali star e vecchie glorie. E’ stata molto utile per alcuni campioni NBA durante i vari Lockout, ma sicuramente non si può ritenere un campionato di alto livello.

Un giocatore con tantissimi limiti, difensivi e fisici tra tutti. A soli 31 anni la sua carriera sembra finita, ma mai dire mai con un ragazzo che qualche anno fa venne paragonato ad un certo Allen Iverson…

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