I dazi sono un’imposta che si applica all’importazione o all’esportazione di un bene. Quelli più comuni, e oggetto del caos di questi giorni, sono all’importazione, ossia vengono applicati a determinate merci straniere che entrano nel paese che li ha imposti con l’obiettivo di renderle più care, penalizzarle e favorire così la produzione nazionale. Quando si esporta un prodotto negli Stati Uniti, o in generale in un paese diverso da quello di produzione, si devono compilare una serie di moduli che lo accompagneranno nel viaggio e nel controllo alla dogana. Tra questi rientrano le semplici fatture, che dichiarano la quantità e il valore della merce, oltre ai dati di chi la spedisce e di chi la riceve, ma anche moduli standard destinati alle dogane del paese di arrivo. Per la compilazione di questi moduli di solito può aiutare l’azienda che si occupa della spedizione.
Le procedure rimarranno le stesse anche dopo l’introduzione dei dazi. Quello che cambia è che se la merce è sottoposta a dazio dovrà essere accompagnata dal pagamento dell’imposta, il che comporta qualche cautela in più per le aziende.
Gli Stati Uniti ad esempio hanno imposto dazi del 25 per cento su tutto l’acciaio e l’alluminio importato: significa che i semilavorati in acciaio e alluminio che entrano negli Stati Uniti per passare la dogana dovranno essere accompagnati dal pagamento di un 25 per cento aggiuntivo applicato sul valore dichiarato della merce. Nel nostro esempio: se una bobina di acciaio vale 100mila dollari, la dogana statunitense chiederà il pagamento di 25mila dollari, altrimenti la merce resta bloccata. Il prezzo per importare quella bobina sarà quindi di 125mila dollari, e non più 100mila.
Quelli su acciaio e alluminio non si applicano solo alla materia prima, ma anche ai prodotti derivati, come i componenti dei motori o le lattine, con una serie di eccezioni. Per essere sicuri che il prodotto in questione rientri nella categoria giusta (e quindi per la corretta applicazione del dazio) bisogna compilare la composizione doganale in modo accurato, «molto di più di come si faceva prima, quando i dazi per certi prodotti non c’erano e dunque la composizione doganale non faceva grande differenza», dice Miranda. In pratica bisogna specificare bene se un certo prodotto contiene dell’alluminio o dell’acciaio, ed eventualmente in quale quantità e proveniente da dove, per calcolare correttamente il dazio. Non dovrebbe essere un problema per le aziende esportatrici più strutturate, che solitamente hanno uno o più export manager di riferimento che si occupano di questo, mentre le aziende più piccole raramente hanno del personale dedicato.
L’unico che guadagna dai dazi è il governo
Chi ci guadagna sempre sono i governi, che incassano il valore dei dazi tramite le dogane. Per esempio dai dazi dipende circa il 14 per cento del bilancio dell’Unione Europea, che è un caso particolare poiché è un’unione doganale: tra i paesi al suo interno non ci sono dazi o vincoli al commercio, e con gli altri paesi l’Unione si relaziona come un’entità unica. Tutti i paesi membri dunque applicano e sono sottoposti agli stessi dazi, e le loro autorità doganali collaborano come se fossero un’unica dogana (per questo per esempio l’Italia non può imporre dazi individuali sugli Stati Uniti).
Trump dice che gli Stati Uniti «diventeranno ricchi» per tutti i dazi che incasseranno: durante il suo primo mandato, tra il 2017 e il 2021, le entrate doganali trimestrali passarono dai 39 miliardi di dollari del primo trimestre del 2017 agli 81 miliardi del primo trimestre del 2021, il doppio. Il governo però dovette spenderli quasi tutti per riparare i guai che aveva causato proprio coi dazi all’agricoltura.





