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Mercoledì, la serie Netflix sancisce l’estinzione del mostruoso

Mercoledì è una serie tv incentrata sulle avventure da investigatrice di Mercoledì, mentre il resto della famiglia Addams rimane uno sfondo sbiadito, sebbene compaiano innumerevoli riferimenti per i nostalgici dello storico film, tra tutti il più iconico riguarda il ritorno, sotto mentite spoglie, di Christina Ricci con l’intento di passare il testimone a una super convincente Jenna Ortega, nel ruolo di Mercoledì appunto. La nuova Mercoledì è apertamente femminista, si oppone alle bugie e ai decenni di discriminazioni, al trattamento dei reietti come cittadini di serie B e all’insabbiamento della storia. “Chi dimentica la storia, la ripete” dice Mercoledì perché, mentre il mondo esterno propone un nuovo assetto sociale in cui esiste la parvenza di un’integrazione tra normali e reietti, lei rifiuta categoricamente di vedere quel cambiamento. “Ci odiano ancora” continua, ma il mondo indolora la pillola imbonendo le narrazioni contemporanee con luoghi comuni e finti sorrisi. E, infine, “O scriveranno loro la nostra storia o noi” ma in questo caso a parlare, attraverso la voce di Mercoledì, è Tim Burton e i due showrunner Miles Millar e Alfred Gough. Ma cosa intendono dire realmente? Il panorama mainstream nel giro di pochissimi anni e senza che nessuno se ne accorgesse, si è appropriato degli outsider, rendendoli meno mostruosi e più facili da maneggiare.

Mercoledì, la recensione: lo zampino di Netflix

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La firma stilistica di Tim Burton è una delle più stravaganti e riconosciute al mondo ma, dopo circa vent’anni dall’inizio del secondo millennio, risulta come un granello di sabbia perdendosi nell’anonimo presagio di morte. Sembrano passate ere geologiche dalle grandi emozioni di Edward Mani di Forbici, Ed Wood, Sweeney Todd, tutto quello che è venuto dopo ha ricalcato, copiato, calcificato, rielaborato e scimmiottato la cifra autoriale di Burton che, in questo sento, si fa capostipite di tutta una rappresentatività del mostruoso dal gusto squisitamente pop. Ciò che un tempo raccontava il mostruoso, rispetto a un sistema sociale preordinato, oggi è qualcosa di risentito nelle sue innumerevoli forme.

Le ambientazioni e i costumi caratterizzano i personaggi meglio di tutto quello che fanno e che dicono. La verità è che, spogliata di tutta la sua iconografia, Mercoledì propone un carosello di cose già viste e già fatte. Netflix ha propinato talmente tanto spesso la stessa ridondante narrazione, che risulta quasi impossibile godere dell’ultimo lavoro di Tim Burton. La serie riprende le narrazioni de Le terrificanti avventure di Sabrina, Fate e Riverdale; la percezione è quella che i protagonisti di queste serie vivano tutti lo stesso universo narrativo a causa del modo in cui le loro storie vengono raccontate; ed è proprio questo che si intende quando si parla di appiattimento narrativo. Mercoledì vuole ammazzare, sbudellare, torturare, parla di sadismo e indossa una tutina quasi bondage ma, ed è un grande ma, tutto ciò provoca un cortocircuito tra intenzioni e possibilità. Tutto ciò mi stizzisce e la sensazione è stata quella di essere in compagnia, durante la visione di tutti e otto gli episodi, di un grosso elefante nella stanza che aveva marchiato a fuoco sulla pelle lo sponsor Netflix. Nonostante io cercassi di non notarlo, l’elefante nella stanza era presente e prepotente, impossibile da ignorare.

La narrazione scorre facile e veloce, costellata da momenti buffi e grotteschi, proprio come prometteva di essere. Tuttavia, se ci aspettiamo innovazione e rielaborazione, concetti chiave per parlare di una nuova iconografia di riferimento, allora probabilmente Mercoledì ci deluderà. Ed è un po’ mortificante pensare che continueremo a parlare della Mercoledì di Christina Ricci e della famiglia Addams perché gli ingredienti per creare qualcosa di frizzante c’erano tutti, compreso il suo regista che trasporta tutto il suo universo all’interno della serie, ma fallisce alla partenza a causa delle esigenze del mainstream, del proporre una narrazione che non rischi di offendere nessuno e che, quindi, finisce per non parlare davvero di qualcosa, diventando il ricettacolo di luoghi comuni e frasi fatte che all’inizio prometteva di combattere.

Benedetta Vicanolo

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