A Londra, tra i front row più difficili da conquistare, c’è sempre un nome che manda tutti in tilt: Dilara Fındıkoğlu. La designer turco-britannica, ormai sinonimo di ribellione couture, sta preparando la sua prossima mossa globale con la collezione spring 2026 “Cage of Innocence”. E fidati: non è solo moda, è un manifesto.
Dilara Fındıkoğlu per la primavera 2026 punta su tutto: da Blair Waldorf a Versailles
Dilara non è mai stata “safe”. È cresciuta in un contesto dove le donne non avevano libertà, e il suo modo di reagire è stato trasformare la vulnerabilità in potere. Lo ha fatto prima nel 2015, quando si è auto-invitata alla sfilata di fine anno di Central Saint Martins organizzando un guerrilla fashion show fuori dalla porta; lo fa oggi con un’estetica che mescola gotico, glamour e trauma ancestrale trasformato in couture.
Per la primavera 2026, la passerella si trasforma in una casa-villaggio stile Hameau de la Reine di Maria Antonietta. Dentro, abiti che giocano con la simbologia dell’innocenza: bianco latte, rosa pallido, nude che si intrecciano con nero, broccati e pizzi. Non la solita fiaba: qui l’abito bianco non è candore, ma sensualità de-costruita.
“Conceptually Sexy”
Il claim di Dilara è chiaro: “Faccio vestiti che voglio indossare. Vestiti concettuali e intellettualmente sexy, che non trovo da nessun’altra parte.”
Tradotto: rouches morbide che finiscono in maniche destrutturate, abiti trasparenti con dettagli silicone a forma di ciliegie (the cherry girl is here), silhouette che sembrano chirurgia sartoriale. “A volte mi sento come un dottore in studio, i nostri pezzi sono vere operazioni,” dice. Ma dietro il dark core c’è sempre il glamour. Capelli, makeup, teatralità: Dilara non vende un capo, ma un full look.
Handbag Era
Per la prima volta debutta anche la borsa: una doctor bag vintage reimmaginata in tre versioni — pelle, effetto pitone e tessuti couture. Rettangolare, rigida, con specchietto appeso a una catena: non è un accessorio, è un’estensione dell’outfit. “Se qualcuno compra couture da me, voglio dargli anche la borsa che completa il look.”
E non finisce qui. Dopo le borse, arriverà il beauty line-up: “Amo il trucco, amo i capelli. Glamour fa parte del nostro DNA.” Poi i flagship: Londra, Venezia, Palais Royal a Parigi. Dilara vuole un impero — e non lo nasconde.
Dal quasi fallimento all’empire building
Il percorso non è stato lineare: stagioni saltate, crisi finanziarie, quasi bancarotta. Ma anche un elenco clienti che spazia da Cate Blanchett a Dua Lipa, da Kim Kardashian a Blackpink. “La gente pensa che io faccia solo couture, ma la maggior parte è ready-to-wear. Solo che per me il prêt-à-porter non è jeans e T-shirt bianche. È un’altra cosa.”
Le vendite confermano: 50% couture, 50% RTW, tra wholesale (Ssense, H.Lorenzo, Antonioli, Antidote) e direct-to-consumer.
“Sto cercando di guarire il trauma ancestrale delle donne della mia famiglia, cresciute in gabbie d’innocenza,” racconta a WWD. “Sono cresciuta in un mondo dove solo gli uomini avevano potere e libertà. Oggi sto facendo pace con la mia vulnerabilità, e sono la prima della mia famiglia ad avere così tanta libertà.”




