DreamWorks ha avuto il coraggio di parlare agli adulti attraverso l’animazione quando nessuno voleva o trovava necessario farlo. Con l’inizio del nuovo millennio l’animazione si è resa talmente centrale da essere riuscita a imporsi come l’essenza stessa del cinema. Ma è grazie a DreamWorks che si spinge, per la prima volta, verso un tono più maturo rispetto agli standard dell’epoca.
Da sempre l’asse Disney–Pixar è il più grande conglomerato mondiale dell’industria mediatica nell’intero settore dell’intrattenimento. In essa tradizione e innovazione si fondono dando vita ad un terreno produttivo. Il nuovo millennio, però, ha segnato l’ingresso sulla scena hollywoodiana di nuovi soggetti che hanno contribuito a rinnovare, sia sul piano produttivo, sia su quello estetico e narrativo, il panorama delle major dell’animazione. Su tutte, DreamWorks si impone come primo grande competitor della Pixar nel campo dell’animazione tridimensionale computerizzata.
Dreamworks e l’utilizzo di un linguaggio più maturo

La casa di produzione statunitense ha al suo interno un mix di identità differenti per formazione: un brandello della Disney, uno d’industria musicale e una colonna del cinema mondiale (il regista Steven Spielberg). Da questa miscela deriva il segreto del successo immediato di una major che, sin dagli esordi del 1998, si radica in un solido immaginario cinematografico.
Tanto i prodotti in animazione tradizionale come Il Principe d’Egitto (1998), La strada per El Dorado (2000), Giuseppe – Il re dei sogni (2000), Spirit – Cavallo selvaggio (2002), quanto quelli realizzati al computer come Z la formica (1998), Shark Tale (2004) e le serie cinematografiche e televisive di Madagascar (2005-2012), Kung Fu Panda (2008-2024) e Dragon Trainer (2010-2019) sono la dimostrazione di una produzione che intende rivendicare una propria capacità immaginativa utilizzando un linguaggio rivolto anche al pubblico degli adulti.
L’utilizzo di una comicità più sarcastica con riferimenti alla contemporaneità strizza l’occhio alla fetta di spettatori più adulti, senza tralasciare i più piccoli. Si può parlare quindi di humor multilivello, che ha la capacità di suscitare una risata indistintamente dalla fascia d’età degli spettatori. I temi affrontati sono più maturi: l’identità, la discriminazione, la complessità dei rapporti familiari, il senso del fallimento. Di riflesso alla società è la disomogenità, anche etnica e culturale, a dominare. Anche gli eroi sono più umanizzati. Lo spettatore riesce subito a familiarizzare con loro, sentendoli più vicini e rispecchiandosi. Rispetto ai personaggi tradizionali questo crea una sensazione più vera e meno fiabesca, favorendo l’empatia. La forza di questi eroi imperfetti, outsider, cinici e insicuri trova valore non nella perfezione, ma nella crescita personale.
Dreamworks, il successo dell’animazione pop
Sin dai suoi esordi, DreamWorks realizza prodotti in cui le colonne sonore giocano un ruolo di primo piano. La musica pop è già familiare al pubblico, aiuta il film a funzionare più velocemente e piace agli adulti che accompagnano i bambini. DreamWorks ha costruito la sua identità su un uso intelligente e ironico di brani già famosi, per dare un tono ironico, irriverente e contemporaneo.
Basti pensare al brano “I Like to Move It” di Reel 2 Real diventato il simbolo della saga Madagascar e “Can’t Stop the Feeling!” di Justin Timberlake originale per Trolls (2016) e diventata subito hit globale.
Da interpretare in questa direzione anche la scelta di affidare le voci dei protagonisti dei propri film a celebri attori e registi. Woody Allen presta la voce al protagonista in Z la formica. In Kung Fu Panda spiccano quelle di Jack Black, Dustin Hoffman e Angelina Jolie; in Madagascar Ben Stiller, Chris Rock, David Schwimmer e tantissimi altri.
Shrek: l’Emblema DreamWorks
La saga di Shrek (oggi composta da 4 film, ma con il quinto in uscita nel 2026) rimane l’esempio più paradigmatico di un’animazione che riesce a mettere d’accordo pubblico e critica ottenendo con il suo primo film del 2001 l’Oscar nella nuova categoria miglior lungometraggio d’animazione. L’intera saga è l’emblema della fiaba per adulti in cui il gioco di citazioni intertestuali e delle strizzate d’occhio al pubblico dei più grandi passa attraverso la cartoonizzazione di personaggi ai quali i bambini si legano immediatamente.
Shrek incarna perfettamente lo stile, il tono e la filosofia narrativa DreamWorks, soprattutto in contrasto con la Disney. L’antifiaba che gioca con i tropi delle fiabe, li prende in giro e li ribalta, facendo sì che ai valori della tradizione disneyana si sostituisca l’imperfezione di creature e comunità. Parodie di principi e principesse, di Disneyland, di fate madrine e cattivi. L’umorismo irriverente di Shrek porta tutto al massimo livello attraverso battute per adulti, riferimenti alla cultura popolare, citazioni di fiabe popolari (Grimm, Collodi), cinema (Matrix, Spider-Man, Mission: Impossible), leggende come arturiane e letteratura classica (Orwell).
L’uso di hit pop ha permesso di modernizzare la fiaba, fare satira dei cliché e rendere le scene più comiche e memorabili: da “All Star” degli Smash Mouth e “I’m a Believer” dei Monkees / Smash Mouth in Shrek, a “Holding Out for a Hero” di Frou Frou / Jennifer Saunders e “Changes” di David Bowie & Butterfly Boucher in Shrek 2.
Anche nei film più divertenti DreamWorks ci dimostra che il cinema animato può essere profondamente adulto senza mai perdere leggerezza. Anche dietro i colori e le risate, c’è sempre spazio per riflettere e crescere.
Valeria Devardo





