È morto a 100 anni Jimmy Carter, che fu il 39° presidente degli Stati Uniti tra il 1977 e il 1981, in un periodo complicato segnato principalmente dalla crisi energetica e da quella degli ostaggi americani a Teheran. Carter, che fu uno di quei presidenti a non venire rieletti per un secondo mandato – come dopo di lui George H. W. Bush e Donald Trump – è stato anche il presidente americano che è vissuto più a lungo. Ha fatto sapere della sua morte il figlio, James E. Carter III: Carter è morto domenica nella sua casa di Plains, in Georgia.

Jimmy Carter nacque nel 1924 in una piccola città della Georgia, Plains, da una famiglia di agricoltori. Da giovane prestò servizio in marina e si laureò allo Union College in fisica nucleare e tecnologia dei reattori. Per queste sue competenze venne arruolato nel programma sui sottomarini nucleari, sia nell’oceano Pacifico che nell’Atlantico. Nel 1953, quando non aveva neanche trent’anni, morì suo padre e quindi tornò a Plains per occuparsi dell’impresa di famiglia insieme agli altri eredi e a sua moglie, Rosalynn Smith. In particolare Carter si dedicò a coltivare e vendere arachidi, impiegando le proprie conoscenze scientifiche per migliorare ed espandere l’attività.

Nel 1962 viene eletto senatore della Georgia e, dopo soli quattro anni, decide di candidarsi a governatore di quello Stato ma arriva solo terzo alle primarie democratiche, vinte da Lester Maddox che vincerà quelle elezioni grazie al sostegno dei segregazionisti bianchi. Nel 1971 Carter cambia strategia e vince avendo con sé, nel ruolo di vice, proprio l’ex governatore. Una volta eletto, però, pronuncia un discorso inaugurale di portata storica per la Georgia: “Il tempo della segregazione razziale – annuncia – è finito. Nessuna persona povera, rurale, debole o di colore dovrebbe mai più sopportare il peso di essere privato della possibilità di una formazione, di un lavoro o di semplice giustizia”.

Sotto il suo governo molti dipendenti statali e giudici di colore vengono assunti nello Stato della Georgia e Carter, per placare gli animi dei suoi sostenitori bianchi, reintroduce la pena di morte. Nel 1976 Carter ottiene la nomination democratica e alle Presidenziali batte il repubblicano Gerald Ford, subentrato a Richard Nixon che era stato costretto a dimettersi dopo lo scandalo Watergate. Ottiene, però, una vittoria di dimensioni molto ridotte rispetto alle aspettative iniziali, per colpa di alcune gaffe clamorose. In un’intervista rilasciata a Playboy, Carter ammette di commettere adulterio “nel suo cuore” e fa alcune osservazioni sul sesso e sull’infedeltà che lasciano interdetti i suoi elettori. Alla fine Carter diventa presidente Usa ottenendo 297 grandi elettori contro i 241 di Ford e si trova a dover affrontare la più grande crisi energetica del Paese.

In politica estera sospende gli aiuti economici e militari al Cile, El Salvador e Nicaragua per protestare contro le violazioni dei diritti umani portate avanti da quelle dittature. Il suo primo, vero successo è, però, la firma degli accordi di Camp David tra Israele ed Egitto che arrivano a riconoscere ufficialmente i rispettivi governi e gli israeliani si ritirano anche dai territori del Sinai. Un successo che perde di consistenza nel 1979 quando studenti iraniani entrano nell’ambasciata statunitense a Teheran, prendendo in ostaggio 66 americani che vengono rilasciati solo il giorno in cui Carter lascia la Casa Bianca. A lui subentra l’ex governatore repubblicano della California, Ronald Reagan, che lo batte agevolmente nelle urne alle Presidenziali del 1980. Carter torna, quindi, nella sua Georgia dove due anni dopo dà vita alla fondazione no-profit Carter Center con lo scopo di promuovere la pace e i diritti umanitari nel mondo. Nel 2002 viene insignito del Premio Nobel per la pace per il suo impegno “in risoluzioni tese a prevenire conflitti in diversi continenti” e per aver difeso i diritti umani e “svolto attività di osservatore in innumerevoli elezioni in tutto il mondo”

I commenti dal mondo per la morte di Jimmy Carter

  • Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha affermato: “Il suo ruolo significativo nel raggiungimento dell’accordo di pace tra Egitto e Israele rimarrà impresso negli annali della storia e il suo lavoro umanitario esemplifica un elevato standard di amore, pace e fratellanza”.
  • Il primo ministro canadese Justin Trudeau descrive l’eredità di Carter come “fatta di compassione, gentilezza, empatia e duro lavoro” e afferma che “ha servito gli altri sia in patria che nel mondo per tutta la sua vita, e amava farlo. È sempre stato premuroso e generoso con i suoi consigli nei miei confronti”
  • Il presidente di Panama, Jose Raul Mulino, afferma che il mandato di Carter alla Casa Bianca è stato “cruciale” per Panama nel negoziare il trattato del 1977 “che ha trasferito il Canale [di Panama] nelle mani di Panama e ha reso il nostro paese veramente sovrano”
  • Il presidente venezuelano Nicolas Maduro descrive Carter come un “uomo di comprovato impegno per la pace e il dialogo”, aggiungendo che “il suo contributo alla politica globale e la sua dedizione alla pace hanno lasciato un segno indelebile nel mondo”.
  • Il primo ministro australiano Anthony Albanese afferma: “Il presidente Carter è passato da umili origini a lasciare un’eredità straordinaria. Oltre all’elezione alla presidenza o all’assegnazione del premio Nobel per la pace, l’eredità di Jimmy Carter si misura al meglio in vite cambiate, salvate e sollevate”