È morto ieri, all’età di 87 anni, uno dei più potenti boss della mafia catanese: Nitto Santapaola. Ricoverato lo scorso 25 febbraio per l’aggravarsi di patologie pregresse, il boss si è spento lunedì 2 marzo a seguito di complicazioni cliniche.
Chi era Nitto Santapaola?
Nitto Santapaola, il cui vero nome era Benedetto, è stato mandante di innumerevoli stragi e condannato all’ergastolo in diversi processi per omicidio, associazioni a delinquere e traffico di droghe illegali. Nello specifico, venne condannato per la strage di Capaci nel 1992 e per quella di via D’Amelio avvenuta nello stesso anno. Nel primo massacro furono uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della loro scorta; nel secondo Paolo Borsellino insieme alla sua scorta.
Dopo undici anni di latitanza venne arrestato nel maggio del ’93 durante l’operazione “Orsa Maggiore”. In quell’operazione furono disposti 156 mandati di arresto, alcuni collegati ad altri omicidi tra cui la morte del giornalista Giuseppe Fava (detto Pippo). Il processo, iniziato nel 1994, si concluse nel 2003. La Corte di Cassazione confermò la sua condanna all’ergastolo e detenuto al 41-bis. Nonostante la reclusione si è presunto che anche dietro le sbarre avesse continuato a guidare il suo clan.
Nitto Santapaola, l'”uomo d’onore” di Cosa Nostra
Santapaola, da sempre legato alla mafia, ha iniziato a operare a pieno regime all’inizio degli anni Sessanta. L’uomo, membro ufficiale vincolato dal segreto e dall’obbedienza di Cosa Nostra, è diventato uno dei più potenti boss della mafia catanese. Fu il giornalista Pippo Fava a condurre indagini sui rapporti di Santapaola. I suoi servizi giornalistici di denuncia contro la mafia e l’illegalità nella regione fecero ottenere rilevanza non solo al suo operato, ma anche al quotidiano I Siciliani per cui scriveva. Fava, la notte del 5 gennaio 1984, venne ucciso da cinque colpi di pistola davanti l’ingresso del Teatro Stabile di Catania.
Claudio Fava, figlio di Pippo, si è espresso su la Repubblica dicendo: «Avevo il cuore arido, bianco, spento. Me ne vergognai, perfino. E non ne parlai con nessuno: mi sentivo in colpa per non aver sentito bollire dentro di me alcuna collera» ha spiegato, riferendosi all’incontro avvenuto con Santapaola. Quando quest’ultimo ha provato a giustificarsi, a dichiararsi innocente, Fava ha ritenuto fosse inutile anche solo contraddirlo. «Ma a cosa sarebbe servito? Avrebbe spalancato lo sguardo, si sarebbe rifugiato nel suo improvviso stupore, e in quella recita avrebbe trascinato anche me».
«Nessun odio», così come «nessun sollievo», ammette Fava, anche dopo che gli è giunta notizia della morte. «Mi sono stati sempre più sulle scatole gli onesti borghesi della mia città che gli scodinzolavano dietro come cagnolini. A loro continua ad andare, intatto, il mio disprezzo» conclude Claudio Fava. Dalle sue parole emerge un concetto ben più preoccupante: il supporto degli «onesti borghesi» gioca un ruolo cruciale. Uno dei più potenti boss della mafia catanese è morto, ma il sistema centrale (e quello che vi ruota attorno) continuerà a operare.
Stefania Cirillo





