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E poi saremo salvi, Alessandra Carati: un moderno archetipo del viaggio dell’eroe

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E poi saremo salvi è il romanzo d’esordio di Alessandra Carati. Protagonista è Aida, una bambina bosniaca costretta a fuggire dal suo paese. La storia è ambientata nel 1992, durante una delle guerre più cruente degli ultimi anni che distruggerà completamente l’ ex-Jugoslavia.

Un romanzo di formazione attuale, una saga familiare, un moderno archetipo del viaggio dell’eroe che descrive una piccola e struggente storia densa di emozioni, in una cornice storica ben più grande e feroce.

E poi saremo salvi, Alessandra Carati: un attuale romanzo di formazione

E poi saremo salvi, Alessandra Carati - Photo Credits: facebook
E poi saremo salvi, Alessandra Carati – Photo Credits: facebook

Una saga familiare, un romanzo di formazione che si articola in un periodo storico molto vicino al mondo di oggi. La protagonista della storia è Aida una bambina che, all’inizio del racconto, ha appena sei anni. Aida sarà la voce narrante di tutta la vicenda; dal contesto storico spiegato al lettore, alle vicende familiari, al bagaglio di emozioni che investirà colui che legge, pagina per pagina. E poi saremo salvi di Alessandra Carati è una vera e propria narrazione che dà voce a tutti gli esuli destinati a fuggire: consumati dalla ricerca imperterrita della loro identità e logorati dalla nostalgia della propria terra natia. Aida fugge via perché, il presagio di distruzione, è sempre più vicino. La guerra in Bosnia ed Erzegovina fu un conflitto svoltosi fra il marzo del 1992 e il dicembre del 1995, fino alla stipula dell’accordo di Dayton il quale mise fine alle avversioni. Una guerra che si inserisce, di seguito, all’interno delle sanguinose lotte jugoslave protratte fino al 2001. Furono tre, principalmente, i popoli che si scontrarono: serbi, croati e bosniaci musulmani. Tali conflitti civili causarono la dissoluzione della Jugoslavia.

Fuga, nostalgia, timore e Nafaka: la condizione di esule

Già dal primo capitolo di E poi saremo salvi, il lettore sarà investito da un fermento emotivo particolare: un turbinio di emozioni che virerà fra la paura della fuga, il timore di non rivedere più i luoghi cari, e l’angoscia dell’inaspettato. Aida fugge con la madre incinta dal suo piccolo villaggio in Bosnia: è il nonno che aiuta la madre e la bambina ad attraversare il bosco per giungere al confine. La descrizione del mondo visto dagli occhi di una bambina in fuga è nitido e fa addentrare perfettamente chi legge in un clima di sospensione e inquietudine. Il viaggio sarà pericoloso e colmo di ostacoli: ma grazie all’aiuto di personaggi inattesi arriveranno al confine dove incontreranno Damir, il padre di Aida. Le descrizioni sull’arrivo al confine sono intense: Alessandra Carati descrive gli autobus traboccanti di persone che si fermano a ridosso della dogana; file enormi che attendono, un’attesa per non si sa quale vita. La delineazione di questo momento non è solo fisico o geografico: è palpabile, riga per riga, la sensazione emotiva di incertezza di quelle persone incastrate nell’attesa. L’attendere logorante non spegne la speranza: la madre di Aida rinfranca la bambina trepidante, dopo il lungo viaggio, pronunciando un termine: Nafaka. Un aiuto che arriva, insperato, quando tutto sembra perduto:

” Era fatalista, come tutti i bosniaci. Nella vita può capitare che hai pochissimo, ma tu resisti, ti arrangi, e poi arriva il momento che anche il pochissimo finisce […] allora da qualche parte ti arriva qualcosa. Quando succede noi diciamo che è nafaka”

E poi saremo salvi, Alessandra Carati: Emigrazione, inclusione e Heimat

Dopo esser giunti a Milano, inizialmente, vivono insieme ad altre cinque famiglie. Ogni pagina è fortemente pervasa dal concetto di Heimat che diventa, a tratti, invalidante. Non si percepisce inclusione da parte dei genitori di Aida. La vita, adesso, è divisa da un prima e un dopo; i genitori della bambina sono travolti da una nostalgia che li consuma e fa credere loro che, il trasferimento in Italia, sia un qualcosa di temporaneo. Intanto, le notizie sulla guerra in Bosnia giungono anche a Milano e, Fatima e Damir, vivono la loro condizione corrosi dai sensi di colpa su ciò che accade a chi è rimasto.

Saranno fondamentali i personaggi di Emilia e Franco; due volontari a cui, Aida, si legherà al punto di abbandonare per un periodo la famiglia di origine. Lo struggersi nostalgico si abbatterà fortemente sui genitori della bambina rendendoli incapaci di mostrare l’affetto alla figlia. Il padre è deteriorato da una rabbia tacita che lo lacera; la madre, dopo la nascita del fratello Ibro, sprofonda in un vortice di tristezza che la immobilizza. Lo stesso Ibro è contaminato da una strana frenesia. Aida è l’unica che prova a integrasi nella sua nuova vita; capisce che, per sopravvivere, deve recidere quelle radici che le sono connaturali. È una lotta solitaria e interiore quella di Aida che, nella narrazione, procede in base alle progressive età della protagonista.

Una storia fra epica e modernità: uno sguardo all’inclusione di oggi

Aida scorge in Emilia e Franco l’unico mezzo per sottrarsi al legame con la sua terra e integrarsi in Italia. Nonostante questa sua scelta le causi un profondo senso di vergogna e senso di colpa, decide di proseguire per non farsi travolgere da quell’ Heimat sempre più incombente. Ci riuscirà: diventerà un medico e si sposerà. Tuttavia, il richiamo alle origini sarà più forte: in E poi saremo salvi, la maestria di Alessandra Carati fa esplodere situazioni diverse che rivelano ogni personaggio: la malattia mentale, il rapporto madre-figlia, il suicidio, la vergogna, il senso di colpa, la caparbietà anche se, a volte, vivere fa rima con recidere senza dimenticare da dove si proviene. È un vortice di emozioni che investe il lettore e lo lascia tramortito, incastonato in una narrazione che sembra quasi un poema epico. Un archetipo moderno del viaggio dell’eroe: Aida, infatti, raggiungerà la sua piena autorealizzazione.

Ancora oggi le sfide che gli immigrati devono affrontare sono copiose: sono chiamati a confrontarsi con una serie di difficoltà che si trasformano in lotte quotidiane. Integrazione, inclusione e coesione sociale sono un dovere che una società civile deve garantire. In E poi saremo salvi di Alessandra Carati, c’è una frase che è l’emblema della condizione dell’ esule di ogni tempo:

”Forse dovevo abituarmi, la nostra vita sarebbe stata sempre così, un salutarsi senza sapere se ci saremmo rivisti”.

Diverso non è sinonimo di escluso. Spesso, grazie ai contesti, si è abituati a classificare un immigrato come un soggetto che non fugge ma irrompe per pretendere qualcosa che non gli spetta in una terra che non è la sua. Poco si pensa alla recisione o al perenne senso di incertezza di chi non sceglie di scappare ma è costretto. I verbi fanno la differenza.

Stella Grillo

Foto in copertina: tgcom24.mediaset.it

Stella Grillo

Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura. Italo Calvino

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