Cultura

Eugenio Montale, il “poeta della disperazione” alla ricerca della serenità

Eugenio Montale, è stato uno tra i più importanti poeti del Novecento, capace di interpretare la crisi dell’uomo contemporaneo, avendo vissuto in prima persona le esperienze delle due guerre e la dittatura fascista. Oggi ricorre l’anniversario della sua scomparsa e noi vogliamo dedicare un focus al poeta del “pessimismo attivo” che si pone delle domande sul senso della vita, per cercare di intravedere la verità.

Nel 1975 riceve il premio Nobel per la letteratura, lasciando un segno indelebile nel mondo letterario italiano. Ricevendo il premio dichiarò: “Io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo”.

Eugenio Montale, vita e formazione

Eugenio Montale_photocredit:ilsommopoeta
Montale_photocredit:ilsommopoeta

Eugenio Montale, nasce a Genova nel 1896 e trascorre sin dall’infanzia le vacanze estive a Monterosso, nelle Cinque Terre. Il paesaggio marino sarà una delle sue fonti di ispirazioni. Si diploma ragioniere ma mostra sin da subito interessi nella lettura e nella musica. Seguì allora i consigli della sorella Marianna, iscritta a Lettere e Filosofia e si forma da autodidatta, in particolare su Dante, Petrarca, Boccaccio e D’Annunzio.

Tutto cambia con l’esperienza militare. Nel 1917 viene dichiarato idoneo al servizio militare. Questo lo porta a essere arruolato nel 23° fanteria a Novara e a frequentare il corso allievi ufficiali a Parma. Viene inviato sul fronte di guerra. Combatte così per circa un anno con i “Leoni di Liguria”, concludendo la sua esperienza con l’entrata a Rovereto nel 1918 e ottenendo il congedo nel 1920 con il grado di tenente.

Il 1925 è l’anno di uscita della sua prima raccolta, “Ossi di seppia. A livello politico si schiera in opposizione al regime di Benito Mussolini. L’avvento del fascismo porta Montale a distaccarsi definitivamente dall’esperienza militare. Si tratta di un rifiuto della civiltà e della società, così come si presentava in quel periodo, un sentimento che porta il poeta a vivere quegli anni in una sorta di reclusione.

Negli anni successivi Montale si divide tra Firenze e Milano. A Milano, però, trascorre gli ultimi anni della sua vita. Muore proprio a Milano il 12 settembre 1981. Le sue condizioni di salute si erano aggravate in seguito a una vasculopatia cerebrale. 

Il “Male di Vivere” da cui forse ci si può salvare

È stato definito il “poeta della disperazione” perché, chiuso in un freddo e insensibile dolore, proietta il suo “male di vivere” sul mondo circostante, dando quasi origine ad una sofferenza che non è solo umana, ma addirittura cosmica e universale. Per Montale la vita è una terra desolata in cui gli uomini, gli oggetti e la stessa natura sono soltanto squallide e nude presenze senza significato. In tal modo il Vivere precipita verso il Nulla. Nonostante questa consapevolezza, Montale è alla ricerca di un varco da cui poter fuggire per salvarsi.

La sua però è una negatività che, anche se a vuoto, ricerca la positività. Gli oggetti, le immagini, le voci della natura diventano per il poeta degli “emblemi” in cui è trascritto il destino dell’uomo, nelle sue rare gioie e speranze, ma soprattutto nell’infelicità di una condizione e di una condanna esistenziale che non può offrire né certezze né illusioni.

“Essere sempre infelici, ma non troppo, è condizione sine qua non di piccole e intermittenti felicità”

La poesia per Montale è in realtà uno strumento che egli stesso utilizza per effettuare una vera e propria indagine sull’esistenza dell’uomo nella società contemporanea, sempre alla ricerca di qualcosa che non è conoscibile. L’uomo del Novecento è dilaniato dai fatti e dagli accadimenti storici e infatti Montale nei suoi scritti apre alla riflessione sull’uomo moderno, a cui è difficile dare un’identità. L’individuo, ormai scisso dal mondo, è vittima di una solitudine e di una frustrazione esistenziali e dominato dal male di vivere. La poesia di Montale riflette la crisi dei valori della vita dell’uomo, causata dalla frenesia e dalla monotonia della routine quotidiana. 

“La vita deve essere vissuta, non pensata, perché la vita pensata nega se stessa e si mostra come un guscio vuoto. Bisogna mettere qualche cosa dentro questo guscio, non importa che cosa”

Montale ha realizzato varie raccolte di poesie, che rappresentano il suo stile e la sua poetica e nelle quali tornano tutte le tematiche principali delle sue idee. All’uomo non resta che accettare la vita. Per questo quella di Montale si può definire una posizione stoica. Presa coscienza della condizione dell’uomo, si accetta tale condizione, che porta a solidarietà, comprensione, collaborazione per superare i limiti.

Eppure resta, che qualcosa è accaduto, forse un niente che è tutto…

Ilaria Festa

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