Come ogni anno dall’inizio del secolo scorso, l’otto marzo si celebra la Giornata Internazionale della Donna (o Giornata internazionale dei diritti delle donne). Più che una “festa”, come viene talvolta definita, si tratta di un’occasione per riflettere e discutere circa la parità di genere e l’affermazione femminile nella società. Anche la letteratura, nel corso del tempo, si è dedicata ampiamente alle donne. Talvolta sono stati autori di sesso maschile a renderle protagoniste delle proprie storie; altre volte, invece, a farlo sono state delle scrittrici.
Giornata Internazionale della Donna: chi ben incomincia…

Storie della buonanotte per bambine ribelli. «C’era una volta … una principessa? Macché! C’era una volta una bambina che voleva andare su Marte. Ce n’era un’altra che diventò la più forte tennista al mondo e un’altra ancora che scoprì la metamorfosi delle farfalle».
Nato da un’idea delle autrici Elena Favilli e Francesca Cavallo, il primo volume è stato pubblicato nel 2016, dando origine a una serie di albi, ognuno dei quali contiene racconti brevi su cento donne storicamente esistite che possano rappresentare da modelli di riferimento per il pubblico infantile, da Serena Williams alla regina Elisabetta II. Un modo divertente ed educativo per avvicinare bambine (e bambini) alla parità di genere, proprio negli anni fondamentali per la loro crescita.
Persepolis. «”Signorina Satrapi, leggo sul suo dossier che ha soggiornato in Austria… Portava il velo laggiù?”. “No, ho sempre pensato che se i capelli della donna causassero davvero tanti guai, Dio ci avrebbe senz’altro fatto calve”».
L’autodeterminazione femminile attraverso due grandi autrici: Virginia Woolf e Charlotte Brontë
Una stanza tutta per sé. «Sprangate le vostre biblioteche, se volete, ma non potete mettere alcun cancello, alcun catenaccio, alcun lucchetto alla libertà del mio pensiero».
A Room of One’s Own è un saggio della scrittrice britannica Virginia Woolf che si basa su due conferenze tenute al Newnham College e al Girton College, istituti femminili dell’Università di Cambridge, nell’ottobre 1928. Durante le sue orazioni, l’autrice si serve di una serie di metafore per raccontare le ingiustizie sociali e la mancanza di libertà d’espressione della donna. Punto cardine della sua riflessione, è la necessità per il sesso femminile di disporre di uno spazio e, soprattutto, di denaro, per poter scrivere e lavorare in una condizione di emancipazione economica, in contrasto con le aspettative della società, che vorrebbe le donne esclusivamente come genitrici, caste e ignoranti.
Jane Eyre. «Si suppone che le donne siano generalmente calme; ma le donne sentono come gli uomini, hanno bisogno,come essi, d’esercitare le loro qualità, occorre loro un campo più vasto per estrinsecarle. Sono ciechi gli uomini quando assicurano che le donne debbono limitarsi a fare puddings, a far calze, a sonare il pianoforte e a ricamare.»
Il romanzo di Charlotte Brontë introduce una protagonista che si discosta nettamente dalle eroine romantiche del tempo, votate all’innamoramento totalizzante e, talvolta, distruttivo. Jane ama Mr. Rochester, ma non lascia che questo scalfisca la sua integrità morale; lavora sodo per ottenere una propria stabilità economica e solo una volta ottenuta l’indipendenza potrà abbandonarsi al sentimento, in una condizione di parità. Jane Eyre annienta tutti i cliché letterari dell’epoca, e ci ricorda che, indipendentemente dalle proprie possibilità e dallo status sociale, una donna deve rivendicare la propria libertà: «Non sono un uccello; e non c’è rete che possa intrappolarmi: sono una creatura umana libera, con una libera volontà, che ora esercito lasciandovi».
Federica Checchia
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