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Grassofobia e body shaming: lo sguardo degli altri

Grassofobia e body shaming. Perché se sono grasso io il problema diventa tuo?. Basterebbe riflettere per comprendere che il corpo altrui è, lo si intuisce, di proprietà di qualcun altro. E che pertanto non abbiamo il diritto di avanzare pretese. L’unica cosa che possiamo controllare a riguardo è il filtro con cui lo guardiamo. Che poi è lo stesso con cui giudichiamo l’intera realtà. Quello con cui ci è stato insegnato a vedere le cose e in base al quale vorremmo che fossero. L’incapacità di accettare la realtà nella sua interezza e con tutte le sue forme e sfumature nasce da una amara verità. Il non accettare che siamo fallibili e che così lo è il nostro sguardo. Quindi eccoci a criticare i corpi degli altri, non rendendoci conto che il nostro “no” può essere il “sì” di altri. Ossia delle uniche persone che avrebbero voce in capitolo.

Grassofobia e body shaming: l’origine del male

Viviamo delle vite perfette. O meglio, quello che ci teniamo a mostrare lo è. Basta aprire Instagram per rendersene conto. Vite glitterate, vissute osservando in maniera rigorosa la religione della popolarità. Corpi bellissimi, sempre alla moda e… magrissimi. Il problema di fondo è qui: si considera valido, perché degno di essere mostrato, solo ciò che è considerato tale dalla società. Come se quello che si discosta, che non ci sta, che non aderisce fosse da nascondere. O da cambiare.

Quindi ecco l’origine del male di grassofobia e body shaming. A causa di questo atteggiamento con tranquillità si passa dalla consacrata dall’autodeterminazione lotta all’obesità alla lotta contro gli obesi. Due cose che non si equiparano, ma che sono anzi antinomiche. Se non vuoi prendere peso, e quindi essere tu a decidere per il tuo corpo, non puoi non lasciare agli altri il diritto di fare lo stesso.

“Peccato per quei chili di troppo…”: esempi e situazioni

Ecco uno dei problemi maggiori della società iperconnessa di oggi. Quello che facciamo risuona nello spazio, attraversa i confini e finisce in tutte le tasche, a portata di click. Così la challenge della Boiler Summer Cup è diventata virale su Tik Tok. Sostanzialmente una gara a quale ragazzo abbordi in discoteca le ragazze più grosse. Con un vergognoso sistema a punti, questo “concorso” ha finito per mostrare il volto più oscuro della società. Quello in cui la diversità rispetto alla “norma” non è inclusa, ma dileggiata. Un discorso non troppo diverso dalla ricorrente frase: “Peccato per quei chili di troppo“. Come se fossero una pennellata sbagliata che rovina un bel quadro. E la persona cui viene rivolta non fosse altro che questo: un oggetto da esposizione. Ma “peccato” per chi?

E a volte grassofobia e body shaming riescono a infiltrarsi anche in quel mondo patinato che sembra intoccabile, congelato rispetto a quanto accade nell’ordinaria vita di noi mortali. Lontano dalle preoccupazioni comuni e molto più vicino all’Olimpo delle moderne divinità. Caso noto in Italia: quello di Vanessa Incontrada. Dopo la vicenda sulla copertina di “Vanity Fair”, la conduttrice è stata di nuovo vittima di body shaming sui social. Insomma, puoi anche essere una paladina del body positivity, ma guai a permetterti di fare attività per modificare il tuo corpo o mostrarlo così com’è.

Ma sì, era così per dire: quelle frasi di cui non ci si accorge

Ha persino un nome, tanto è una pratica diffusa: fat talk. Ovvero un discorso che evidenzia il proprio peso o quello altrui. E questo si esplicita attraverso frasi infelici o battute che no, proprio non fanno ridere. E che spesso possono essere percepite come veri e propri atti di bullismo. Il “peccato per quei chili di troppo” di cui sopra è solo un esempio tra tanti. Non possono mancare menzioni illustri come: “Hai visto quanto è ingrassata?”, “Ho mangiato così tanto che mi sento obesa” o il sempreverde “Questi pantaloni mi fanno sembrare grasso”. Frasi che si dicono spesso tanto per dire ma che sono tutto tranne che un “tanto per dire”. Sono inconsci confronti, sconfinamenti che pongono un limite e che ci avvertono che c’è qualcosa di “sbagliato” che, in quanto tale, va corretto.

Non sempre ce ne si rende conto, e il perché fa paura. Abbiamo interiorizzato la fatfobia. Termini come “balena”, “ciccione” o “obeso” sono entrati nel nostro vocabolario senza fare rumore. Una volta pronunciati, però, di rumore ne fanno eccome e possono essere vere stilettate per chi le ascolta. La soluzione c’è ed è più semplice di quanto si pensi. Riflettere, pensare che il “my body, my choice” dev’essere un grido comune. E che la libertà di una persona non ha il diritto di far scomparire quella di un’altra.

Sara Rossi

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