Dopo 18 anni dall’ultimo album di inediti, il 20 Ottobre i Rolling Stones hanno fatto uscire il nuovo album, Hackney Diamonds: ecco la nostra recensione.

Hackney Diamonds: la recensione nuovo album dei Rolling Stones

Hackney Diamonds, la recensione nuovo album dei Rolling Stones - Photo Credits digitalmusicnews.com

La notizia di un nuovo album dei Rolling Stones porta inevitabilmente con sé una serie di domande: sono troppo vecchi per fare nuova musica? Il più longevo gruppo rock, la quale musica ha forgiato la storia, ha già dato tutto o ha ancora altro da dare? Ma soprattutto a chi?

Per millennials e Gen Z, i Rolling Stones sono indubbiamente una band da venerare, al di là dei gusti musicali. Il rinato gusto per il passato, che ha portato alla (ri)scoperta del rock old school, ha permesso alle nuove generazioni di vivere il gusto della ribellione che i Rolling portarono tra gli anni ’60 e ’70. Le generazioni più old, coloro che hanno assaporato ogni nuova uscita e hanno plasmato essi stessi il successo della band britannica, forse godono ancora delle canzoni del passato, piuttosto che dare importanza ad un nuovo disco che potrebbe rivelarsi un buco nell’acqua. Quindi a chi volevano rivolgersi i dolci ottantenni con l’uscita di questo nuovo album? Con la nostra recensione crediamo che l’intenzione dei Rolling Stones fosse quella di rivolgersi a tutti. Dal sound fresco di Angry al blues di Rolling Stone Blues, Hackney Diamonds potrebbe forse essere un degno finale della band.

I Rolling Stones del presente e del passato

Hackney Diamonds è molto più di un “ottimo ritorno”. È un disco che ci permette ancora una volta di assaporare la buona musica della band, in quanto si integra perfettamente con la discografia degli anni ’60 e la fine dei ’70. A partire dal lead single Angry, l’iniziale “one two three four” in presa diretta, porta inevitabilmente a quell’autenticità che la band ha reso la propria firma. Il sound pulito e la voce di Mick Jagger, si mescolano in un perfetto equilibrio adatto a rendere la canzone un ideale pezzo del passato e una nuova traccia radio friendly. Equilibrio che ritroveremo in Whole Wide World, altro pezzo dal gusto moderno e vicino al pop, ma che lascia spazio anche a sonorità del passato rivendicate dall’assolo di chitarra.

Torniamo invece nel ’60 con Dreamy Skies. Una delle canzoni dal gusto old dell’album, che sicuramente sarebbe apprezzata dai fan del passato. La canzone potrebbe essere tranquillamente inserita in una playlist dei grandi classici del passato e non sfigurare. Il country e il blues si incontrano in un connubio perfetto. Un po’ sulla linea di Start me up, passiamo agli anni ’80 con Mess It Up, uno dei due pezzi del compianto Charlie Watts. Ed è proprio la sua batteria a segnare questi tempi da disco music, che unita al resto dei suoni, crea una perfetta atmosfera da party.

Rolling Stone Blues è il pezzo finale dell’album. A nostro avviso, niente di più adatto per la conclusione di un cerchio. I Rolling Stones presero infatti il loro nome da uno dei più celebri pezzi di Muddy Waters e quest’ultima canzone, altro non è che una cover del pezzo che ha originato tutto.  Voce, chitarra e armonica, sono gli strumenti necessari per la realizzazione di un blues come si deve.

Vecchi e nuovi amici

Questo connubio tra passato e presente, prende forma anche nelle diverse voci che intervengono nell’album. A partire da Bite My Head Off, che ha visto la partecipazione di Paul McCartney al basso. Collaborazione interessante già a partire dal fatto che a suonare con loro è il leader della band che ha sempre costituito l’antitesi dei Rolling Stones, ovvero, i Beatles. Faida, creata più dai fan che dai musicisti, che hanno invece maturato nel corso degli anni una profonda ammirazione per l’altro. Ecco, Bite My Head Off è la canzone per tutti coloro che non hanno mai deciso se essere dalla parte degli Angeli o dei Demoni. Tornando alla canzone, il basso di McCartney si fa sentire e trascina con i suoi suoni distorti all’interno di tutta la traccia. Un pezzo dal gusto rock and roll, che sembra riunire tutti questi vecchietti in ciò che hanno sempre saputo fare al meglio.

Non possiamo scordarci di Sweet Sounds of Heaven, letteralmente il pezzo d’aggancio del passato e del presente. Abbiamo infatti la partecipazione di Lady Gaga e Stevie Wonder. Il pezzo sembra letteralmente un dolce suono del cielo: un blues dai toni gospel portati soprattutto dai due ospiti. Un buonissimo brano, che potrebbe tranquillamente inserirsi tra i must della discografia dei Rolling Stones. Sweet Sounds of Heaven è sette minuti e mezzo di bellezza sonora.

Concludiamo la nostra recensione con Live by the Sword, brano in cui non solo possiamo assaporare il piano di Elton John, ma anche il ricordo dei Rolling Stones al completo con la presenza di Charlie Watts e Bill Wyman. Per un attimo, possiamo quasi tornare a quella formazione originaria al completo, ovviamente senza la presenza di Brian Jones. Ed è proprio questo pezzo a convincerci che Hackney Diamonds possa essere un degno finale della band. D’altronde, le canzoni sono state un omaggio a tutti loro: brani in cui i grandi nomi della musica fanno ciò che li diverte di più.

Martina Capitani

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